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CHIASSO

Registrazioni, voci sospette e poi le “mazzate” alla testa

Si è aperto oggi alle Assise Criminali il processo a carico di un 34enne eritreo, accusato di tentato assassinio per i fatti avvenuti nel gennaio del 2024 a Chiasso.
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Registrazioni, voci sospette e poi le “mazzate” alla testa
Si è aperto oggi alle Assise Criminali il processo a carico di un 34enne eritreo, accusato di tentato assassinio per i fatti avvenuti nel gennaio del 2024 a Chiasso.

CHIASSO - Era convinto che la sua compagna lo tradisse con un altro uomo. Motivo per il quale, mosso da rancore e rabbia, ha aspettato che la vittima si addormentasse sul divano per colpirla alla testa prima con un manubrio da palestra da due chili e poi con un bastone da allenamento. 

Una crisi di gelosia o un piano premeditato con il chiaro obiettivo di uccidere? È questo il nodo che dovrà sciogliere il giudice Amos Pagnamenta, presidente della Corte delle Assise Criminali, davanti alla quale è comparso oggi un 34enne eritreo accusato di tentato assassinio, in via subordinata di tentato omicidio intenzionale.

Prima l'aggressione e poi la fuga
I fatti risalgono alla notte tra il 20 e il 21 gennaio 2024, in un appartamento di via Bossi a Chiasso. Dall'aggressione la vittima ha riportato, secondo la perizia medica, numerose lesioni sul corpo e diverse fratture della scatola cranica ritenute potenzialmente letali.

Dopo aver legato la donna con una sciarpa e aver allertato i soccorsi, sostenendo che si fosse ferita cadendo, l’uomo è fuggito in auto con i due bambini. È stato fermato la stessa notte, poco dopo le 4.30, nei pressi di Brienz dalla polizia bernese.

Il ruolo della gelosia
Rispondendo alle domande del presidente della Corte, il 34enne, difeso dall'avvocata Carolina Lamorgese, ha respinto l’accusa di intenzionalità: «Non ho mai pensato di ucciderla».

Il giudice Pagnamenta ha cercato di ricostruire la vita della coppia prima dell’aggressione, un compito reso difficile sia dalla complessità della traduzione sia dalla confusione e dalle versioni discordanti fornite durante l’inchiesta e in aula.

I "non ricordo" dell’imputato e i "non ha risposto alla domanda" del giudice si sono ripetuti a cadenza regolare, praticamente su ogni punto affrontato dalla Corte.

Eppure su un aspetto il giudice Pagnamenta ha insistito: la gelosia. Un sentimento inizialmente negato nell'inchiesta, ma poi ammesso in parte insieme al sospetto del tradimento. «Sono sicuro che tutti sarebbero gelosi se sapessero che la propria donna va con un altro. Io volevo solo sapere la verità. Può essere che fossi geloso, ma non so dare un nome a quesiti sentimenti». Tradimento che la vittima ha sempre negato.

Registrazioni e voci non confermate
Secondo la ricostruzione del procuratore pubblico Roberto Ruggeri, due giorni prima dell’aggressione il 34enne avrebbe nascosto il cellulare in casa, attivando una registrazione e convincendosi poi di aver sentito la voce di un uomo.

Una voce che non sarebbe stata percepita nemmeno da un dipendente di un negozio di informatica di Morbio Inferiore, dove l’imputato si era recato più volte per migliorare la qualità dell’audio e verificare la sua versione. Insoddisfatto, si è poi rivolto anche a Como, dove l’uso di cuffiette gli avrebbe dato conferma.

Ma perché tanti sforzi? Cosa avrebbe fatto con un’ulteriore conferma? «La situazione mi disturbava mentalmente. Io ho sentito la voce, ma volevo la conferma di un’altra persona. Non volevo che mi accusassero di aver abbandonato la mia compagna con due bambini».

La sera dell'aggressione
Incalzato dal presidente della Corte, l’imputato ha cercato di ripercorrere i momenti precedenti all’aggressione. «Sono rimasto con la famiglia, malgrado la conferma dell’audio ricevuta a Como, perché quando ho detto ai miei figli che sarei partito loro mi hanno trattenuto».

Da qui i ricordi si fanno confusi. Di certo c'è la volontà della vittima di recarsi da un prete ortodosso a Zurigo per risolvere le divergenze e poi un'accesa discussione. «Quando mi ha detto che non sono un uomo non ci ho più visto. Sono esploso per tutto quello che avevo accumulato fino a quel momento».

«Mentre discutevamo, per allontanarla, l’ho colpita alla testa con un manubrio. Non volevo litigare, ma non mi rendevo conto di quello che stavo facendo. Mi ha detto: “Sei un assassino”».

Versioni diverse che irritano il presidente della Corte
Nei verbali, la gravità delle frasi attribuite alla donna è aumentata progressivamente, con versioni sempre più violente e provocatorie. Incongruenze che hanno irritato il presidente della Corte e che l’imputato ha spiegato con la confusione e i ricordi frammentati di quei momenti. «Non ero lucido. Solo dopo sono riuscito a ricordare quanto accaduto».

Ma ci sono tanti altri elementi che non coincidono né con la versione della vittima, né con le stesse versioni che l'imputato ha fornito durante l'inchiesta. Secondo la vittima, il primo colpo sarebbe stato sferrato mentre dormiva sul divano, circostanza confermata anche da una perizia sulle macchie di sangue sugli abiti, ma respinta dal 34enne. «Non è vero, era sveglia e in piedi. Non so perché mente, ma anche lei sa che non è vero».

«È tutto molto confuso».
Inoltre, secondo il medico legale, i colpi inferti con il manubrio sarebbero almeno due e quelli con il bastone almeno sei. «Non è vero, l’ho colpita solo tre volte. Sono molto arrabbiato con me stesso per quanto è successo. Non volevo colpirla alla testa. È tutto molto confuso».

Il presidente della Corte ha poi passato in rassegna le altre contraddizioni emerse nelle diverse versioni fornite dall’imputato: il fatto di aver legato i piedi della vittima, la fuga a Berna invece di costituirsi immediatamente, la chiamata ai soccorsi effettuata solo dopo aver lasciato Chiasso in auto, e lo zaino dei bambini preparato dopo l’aggressione. Circostanze che il 34enne ha giustificato ricorrendo soprattutto a tre spiegazioni: «Non mi ricordo. Non so spiegarlo. Ero spaventato».

«Non avevo mai colpito nessuno in tutta la mia vita», ha concluso l’imputato. E sulla possibilità di espulsione ha aggiunto: «Stare lontano dai miei figli è come morire per me».

Nel pomeriggio il procuratore pubblico formulerà la richiesta della pena.

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