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Derek Chauvin in aula.
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14.04.2021 - 15:100
Aggiornamento : 15:49

Processo Floyd: Derek Chauvin testimonierà o no?

La difesa ha iniziato a presentare i suoi argomenti. Ma il grande interrogativo ruota ora attorno all'imputato

La decisione di testimoniare potrebbe contribuire a "umanizzare" l'ex agente di fronte alla giuria. Il contro-interrogatorio dell'accusa però pone numerose insidie.

MINNEAPOLIS - Dopo oltre due settimane di dibattimento, il processo contro il responsabile della morte di George Floyd giunge a un bivio importante. Ieri, gli avvocati della difesa hanno infatti iniziato a presentare i propri argomenti di fronte alla corte e alla giuria. Ma c'è una domanda che, più di ogni altra, attende ora una risposta: Derek Chauvin testimonierà o no?

L'ex veterano del dipartimento di polizia di Minneapolis, che vanta 19 anni di servizio nel suo curriculum, è accusato di omicidio involontario di secondo grado, di omicidio colposo e di omicidio di terzo grado. L'immagine che il mondo intero ha di Chauvin è quella estrapolata dai quei nove minuti e 29 secondi consegnati alla storia in cui lo si vede premere il ginocchio sul collo di George Floyd. Fermo e impassibile mentre la vita abbandona l'uomo inchiodato al suolo. E quella stessa immagine è con ogni probabilità fissata anche negli occhi dei giurati. La scelta di prendere la parola in prima persona potrebbe quindi contribuire a "umanizzare" il volto dell'ex agente di fronte alla giuria, ma allo stesso tempo lo esporrebbe a un possibile contro-interrogatorio dai risvolti estremamente insidiosi.

«Non ha nulla da perdere»
Sulle possibilità che ruotano attorno alla scelta che Chauvin e i suoi legali faranno in tal senso si sono espressi esperti e veterani delle aule di giustizia. Per alcuni quella di salire al banco dei testimoni è l'unica opportunità che l'ex agente ha per «riscrivere la narrativa» dei fatti, come sostenuto dall'ex procuratore federale di Chicago Phil Turner, che all'Associated Press ha sottolineato come «il filmato» sia così compromettente «da non avere nulla da perdere». Un pensiero non molto distante da quello espresso dall'esperto difensore Joe Friedberg. «Va ricordato che questo caso ruota soprattutto attorno a quello che era lo stato mentale di Chauvin. E la persona che può spiegarlo meglio di chiunque altra è proprio lui», ha detto al quotidiano locale Star Tribune.

Il contro-interrogatorio? «Ne uscirebbe a pezzi»
Veniamo ora al rovescio della medaglia. Se infatti rispondere alle domande del suo avvocato potrebbe offrire a Chauvin l'occasione per esprimere alcune delle emozioni "filtrate" dalla mascherina indossata in queste prime settimane, finire "in pasto" all'accusa si tradurrebbe quasi inevitabilmente in una pesante disfatta. Joseph Daly, professore emerito della Mitchell Hamline School of Law descrive un'eventuale decisione in questa direzione come «un rischio immenso» per Chauvin. «Lo farebbero testimoniare su ogni secondo di quel filmato. Da un contro-interrogatorio ne verrebbe fuori a pezzi».

L'avvocato difensore del Minnesota Mike Brandt si è spinto oltre in questa direzione, ipotizzando con l'Associated Press lo scenario che potrebbe prendere forma in aula. «A Chauvin verrebbero chiesto ripetutamente: "Floyd era una minaccia in questo momento? Ecco, ora i suoi occhi si sono chiusi. E il suo corpo si è afflosciato. Era ancora una minaccia anche qui?". Riuscite a immaginare che forza potrebbero avere queste immagini» sulla giuria? Quello che è certo è che prima di decidere se "consegnarlo" al banco dei testimoni, l'avvocato difensore di Chauvin, Eric Nelson, dovrà trovare un modo per rendere il suo assistito meno spiacevole agli occhi dei giurati. Ed è altrettanto plausibile pensare che la giuria abbia ogni interesse nel sentire cosa passava nella testa di quell'uomo mentre teneva, per oltre nove minuti, il ginocchio premuto sul collo di George Floyd.

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