Keystone/Mohamad Abbas
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27.08.2020 - 22:260

«Potremmo perdere tutto in un secondo. Non ci sentiamo più al sicuro»

Ingnegnere libanese di 27 anni, Mohamad Abbas parteciperà al MEM dell'USI. Abbiamo parlato della situazione in Libano

«Credo nei giovani libanesi e nella loro volontà di cambiamento. La speranza e le energie ci sono, abbiamo solo bisogno di tempo»

BEIRUT / LUGANO - Il Middle East Mediterranean MEM Summer Festival dell'USI si propone di offrire una piattaforma ai giovani rappresentanti della società civile del Medio Oriente e del Nord Africa, importanti promotori di cambiamento il cui impegno non sempre viene adeguatamente valorizzato dai media internazionali. Pur in formato ridotto a causa delle restrizioni legate al Covid-19, il MEM si tiene anche quest'anno e avrà luogo online sabato 29 agosto a partire dalle 9. Per l'occasione abbiamo parlato con Mohamad Abbas, ingegnere civile e ambientale libanese di 27 anni («Sono nato il 22 novembre del 1992, giorno dell'indipendenza del Libano») che parteciperà al summit. Con lui abbiamo discusso della situazione nel suo Paese dopo la terribile esplosione al porto di Beirut del 4 agosto scorso.  

Qual è la situazione a Beirut al momento?
La devastante esplosione al porto di Beirut ha causato più di 170 morti, 6’000 feriti e ha spezzato il cuore a tutti i libanesi, fuori e dentro il Paese. A tre settimane dall’esplosione i libanesi, in particolare a Beirut, nutrono lo stesso sentimento di rabbia per la corruzione, gli indugi e la negligenza del governo e delle autorità, che sono direttamente responsabili per questo disastro. Hanno lasciato che una gran quantità di materiale potenzialmente esplosivo rimanesse in un magazzino nel centro di un’affollata capitale, nel cuore del Paese, senza alcuna misura di sicurezza.

Come sta vivendo questo periodo? 
È un periodo d'instabilità per tutti i libanesi, me compreso. Molte persone hanno perso le loro famiglie, gli amici e la casa in un secondo. Non per un disastro naturale, ma a causa di negligenza e corruzione. Potrebbe succedere a chiunque. Si potrebbero perdere la propria casa, l’attività alla quale si è lavorato per anni, i propri cari in un solo secondo. Non ci sentiamo più al sicuro.

Il MEM vuole essere una piattaforma per la giovane società civile del Medio Oriente. Come stanno reagendo la società civile libanese e in particolare i giovani a quanto accaduto il 4 agosto scorso?
La società civile e i giovani libanesi sono la sola e unica speranza che ci resta in questo Paese. Subito dopo l’esplosione sono andato con alcuni amici nell’area del disastro. Spezzava il cuore vedere Beirut distrutta, ma c’era comunque qualcosa di estremamente stimolante: centinaia se non migliaia di giovani donne e uomini con guanti e caschi protettivi che, scope e sacchi della spazzatura alla mano, si muovevano per tutta l’area aiutando le persone colpite a rimuovere le macerie dalle loro case. Pochi giorni dopo si poteva già notare che le strade principali erano pulite. Qualcuno avrebbe potuto pensare che fosse stato il governo a farlo, ma sfortunatamente non è andata così: sono stati i giovani libanesi a prendere l’iniziativa di pulirle in modo collaborativo e costruttivo. Per questo crediamo tutti che Beirut risorgerà dalle ceneri.

Lei sta facendo volontariato o sta prendendo parte alle proteste?
Assolutamente! Ho partecipato alle manifestazioni dal primo giorno, il 17 ottobre 2019. Nutro ancora speranza per il Libano e continuerò a farlo. Credo nei giovani libanesi e nella loro volontà di cambiamento, di fare la differenza e creare un Paese forte, indipendente e libero dalla corruzione. Per quanto riguarda il volontariato dopo l’esplosione, come la maggioranza dei giovani ho partecipato a raccolte di fondi, cibo e prodotti per l’igiene destinati alle persone in stato di bisogno e mi sono occupato della pulizia di case danneggiate dalla deflagrazione.

La gente in Libano chiede cambiamento. Ci sono giovani attivisti o politici che sarebbero pronti a prendere il testimone? E, soprattutto: chi è al comando glielo lascerebbe prendere?
I libanesi, in particolare i giovani, si stanno battendo per vedere riconosciuti i propri diritti e vivere in un Paese libero da corruzione dove vigano regole di buon governo come l’obbligo di rendere conto delle proprie decisioni, la trasparenza e l’integrità. Ci sono molti giovani attivisti, politici e professionisti altamente educati che vorrebbero guidare il Paese con onestà. Tuttavia, l’attuale sistema settario, il governo e i leader corrotti e le radicate reti clientelari determinano monopoli e rendono difficile, per i nuovi politici e attivisti, riuscire ad avere l’opportunità di fare la differenza. Un giorno ci libereremo di questo sistema e ricostruiremo il nostro Libano. La speranza e le energie ci sono, abbiamo solo bisogno di tempo.

Sempre più persone, tuttavia, decidono di emigrare. Lasciare il Paese una tentazione forte per i giovani libanesi? Lo è mai stata per lei?
L’esplosione di Beirut ha ucciso la nostra gente e distrutto la nostra capitale. Ancora adesso non sappiamo quale sia stata la causa dello scoppio né chi sia responsabile per questa catastrofe. I libanesi sono nelle strade da ottobre 2019 per lottare per i propri diritti fondamentali e mettere fine a questo sistema corrotto. Da allora, la situazione economica è diventata sempre più catastrofica, con la lira libanese che è passata da quota 1’515 per 1 dollaro a 8’000 per un dollaro sul mercato nero. Le banche libanesi hanno imposto controlli illegali e umilianti sui prelievi e i trasferimenti di denaro. Quest’ingiustizia e questa instabilità, accompagnate dalla profonda crisi economica, dalla mancanza di responsabilità, dalla crisi dell’elettricità e da molti altri motivi stanno spingendo molti libanesi, in particolare giovani, a perdere la loro fede e le loro speranze nel Libano e a cercare una vita migliore in un altro Paese. Per quanto mi riguarda, negli ultimi quattro anni ho lavorato molto duramente per rimanere in Libano, provando a costruirmi una carriera e una vita sostenibili e superare così le difficoltà in cui ognuno può imbattersi in Libano. A essere onesto, però, dopo l’esplosione a Beirut e visto il modo in cui il governo libanese sta gestendo questa catastrofe, l’idea di lasciare il Paese mi è venuta alla mente.

Quali tavole rotonde intende seguire al MEM?
Guarderò senz’altro l’intervista all’ambasciatrice svizzera a Beirut, Monika Schmutz Kirgöz, in particolare perché ho avuto l’opportunità d'incontrarla di persona un anno fa e parlare con le della situazione politica e sociale in Libano. Sono davvero interessato a conoscere il suo punto di vista in merito alla crisi in corso in Libano. Per quanto riguarda i panel, ci tengo a seguire “From ‘Westlessness’ to civil wars and social upheavals across the region: towards a new deal in the Geopolitics of the MENA region” (Dal ritiro dell’Occidente alle guerre civili e ai sollevamenti sociali nella regione: verso un nuovo corso della geopolitica nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa).

Chi è Mohamad Abbas
Ingegnere civile e ambientale e dottorando in Ingegneria delle risorse ambientali e idriche presso il Dipartimento d'Ingegneria civile e ambientale all’Università americana di Beirut (AUB), Mohamad Abbas conduce ricerche sulla gestione e la modellizzazione della qualità dell’acqua di superficie. Con la sua squadra di ricerca all’AUB monitora in particolare la qualità dell’acqua del Lago di Qaraoun, nella Valle della Beqa’, e applica delle tecniche di apprendimento automatico e telerilevamento per sviluppare modelli predittivi sullo stato eutrofico del bacino.

Ha lavorato a diversi progetti d'ingegneria civile e ambientale ed è consulente per svariate istituzioni locali e internazionali, società e ong. Si è occupato di PARSIFAL, un progetto finanziato dall’Agenzia francese di sviluppo (AFD) che crea bacini e canali d'irrigazione per molti villaggi in tutto il Libano. Al momento sta inoltre seguendo lo studio di fattibilità dell’Impianto di trattamento delle acque reflue di Daoura/Bourj Hammoud, due sobborghi di Beirut, realizzato con fondi della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

Mohamad Abbas è membro del Parlamento giovanile del Libano per l’acqua (LYPW), per il quale ha lavorato a diversi progetti finalizzati a creare una rete di giovani appassionati al tema dell’acqua con l'obiettivo di sostenerli, sensibilizzarli e connetterli a professionisti nel campo della gestione dell’acqua, della scienza e degli affari. Proprio in rappresentanza dell’LYPW Abbas aveva partecipato al Middle Eastern Mediterranean MEM Summer Summit dell’USI dello scorso anno.

Oltre alla sua attività d'ingegnere ambientale, il 27enne ha fondato due anni fa la startup uPaint, che propone kit per dipingere quadri con soggetti standard o personalizzati. Grazie a un sistema di numerazione del modello da colorare e dei colori, permettono anche a chi non abbia particolari abilità pittoriche di realizzare per esempio quadri a partire dalle proprie foto ricordo. Lanciato durante il confinamento dovuto al Covid-19, il progetto sembra andare a gonfie vele.  

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Ultimo aggiornamento: 2021-04-21 22:53:01 | 91.208.130.87