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Se la Jihad ti recluta con un click, anche dai videogiochi

Come lo Stato Islamico si appropria dell'intelligenza artificiale per attrarre simpatizzanti in tutto il mondo. L'esperta: «I mentori virtuali contribuiscono ad accelerare i processi di radicalizzazione».
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Se la Jihad ti recluta con un click, anche dai videogiochi
Come lo Stato Islamico si appropria dell'intelligenza artificiale per attrarre simpatizzanti in tutto il mondo. L'esperta: «I mentori virtuali contribuiscono ad accelerare i processi di radicalizzazione».

LUGANO - Dalla propaganda online ai deepfake, dalle chat cifrate ai videogiochi: lo Stato islamico ha trasformato il web in un vero e proprio campo di battaglia.

La sua strategia non si limita alla diffusione di contenuti ideologici, ma unisce marketing digitale, adattamento culturale e strumenti di intelligenza artificiale per attrarre e radicalizzare simpatizzanti in tutto il mondo.

Sebbene non sia la prima volta che un’organizzazione terroristica sfrutti le nuove tecnologie, l’espansione resa possibile dall’intelligenza artificiale mette paura. Con la Dottoressa Laura Cianciarelli, collaboratrice scientifica dalla Facoltà di Teologia dell'Università della Svizzera italiana cerchiamo di capire come l’organizzazione abbia costruito una narrativa online e quali rischi comporti oggi l’uso della GenAI nella propaganda jihadista.

«Internet è la pietra miliare della strategia comunicativa dello Stato islamico e viene utilizzato come teatro di combattimento del jihad virtuale e psicologico. L’organizzazione è riuscita a costruire la sua narrativa online combinando propaganda religiosa e strategie moderne di comunicazione e di marketing; inoltre, ha sfruttato l’evoluzione del web e dei social media per coinvolgere attivamente i simpatizzanti nella diffusione dei contenuti».

Cianciarelli interverrà durante il workshop "Estremismi digitali: religione e radicalizzazione al tempo del Web" in programma domani martedì 24 febbraio presso la sala multiuso di Teologia al Campus Ovest dell'USI a Lugano (l'inizio è previsto alle 15.15). Qui il programma completo.

Quali sono gli strumenti che utilizza?
«Lo Stato islamico si è avvalso di strumenti professionali di produzione mediatica, ad esempio, video ad alta definizione, montaggi dinamici e riviste digitali, per veicolare la propria ideologia e ha usato strategicamente i social media, adattando culturalmente i contenuti a un pubblico occidentale, soprattutto giovani. In tal modo, è riuscito a espandere in maniera massiccia la propria presenza sul web e a diffondere la propaganda in maniera capillare».

Come ha sfruttato piattaforme come Twitter, Telegram, Facebook o TikTok per amplificare la propria propaganda? 
«Lo Stato islamico utilizza le piattaforme social con il duplice scopo di attrarre potenziali simpatizzanti e di radicalizzare i seguaci. Queste piattaforme fungono, quindi, da un lato, da canali di diffusione della propaganda, proprio grazie alle loro caratteristiche peculiari (ovvero, il testo scritto dei post di Facebook, le immagini pubblicate su Instagram o i reel su TikTok) e, dall’altro, da “luoghi” di aggregazione e di radicalizzazione, attraverso il ricorso a chat private e di gruppo offerte dalle piattaforme di messaggistica. La digital da‘wa (propaganda online) realizzata attraverso questi canali ha il vantaggio di superare i confini fisici e di rivolgersi, in maniera pervasiva, potenzialmente a tutta la popolazione mondiale».

Quali strategie adotta per aggirare le chiusure degli account?
«Quando vengono chiusi i loro account social, i simpatizzanti dello Stato islamico migrano velocemente a piattaforme di messaggistica cifrata meno regolamentare o a social emergenti, in cui la moderazione è meno rigida, e creano, in maniera quasi immediata, nuovi account. Inoltre, l’organizzazione aggira la chiusura degli account ricorrendo a strumenti di GenAI, che aiutano a bypassare i controlli e le norme che regolano la pubblicazione dei contenuti sulle piattaforme social, caricando i contenuti su servizi cloud anonimi, comunicando tramite piattaforme decentralizzate e condividendo link temporanei».

In che modo strumenti di intelligenza artificiale potrebbero essere utilizzati per la propaganda jihadista?   
«Finora, lo Stato islamico è ricorso agli strumenti di intelligenza artificiale per ottimizzare e potenziare l’attività di propaganda e i processi di radicalizzazione, che continuano però a essere condotti tramite le strategie tradizionali dell’organizzazione. In particolare, l’intelligenza artificiale viene impiegata per trasmettere la propaganda in lingue in cui non era stata ancora tradotta, ad esempio il giapponese, ampliando in questo modo il bacino dei potenziali simpatizzanti».

Quali altri "vantaggi"?
«L’utilizzo degli strumenti di traduzione forniti dalla GenAI, inoltre, hanno il vantaggio di veicolare, nella lingua di arrivo, le sfumature emotive che il messaggio vuole trasmettere e che, al pari dell’ideologia sottostante, hanno un ruolo primario nella radicalizzazione dell’individuo. Inoltre, alcune funzionalità, quali i mentori virtuali, che sostituiscono quelli reali, contribuiscono ad accelerare i processi di radicalizzazione, rendendo il percorso di indottrinamento più mirato e personalizzato e rivolgendosi simultaneamente a un numero molto grande di simpatizzanti, centinaia, se non migliaia. Infine, l’intelligenza artificiale viene utilizzata per facilitare la programmazione, il coordinamento e l’esecuzione di azioni violente offline, anche da parte dei simpatizzanti».

Quali rischi comporta l’uso della GenAI nella creazione di contenuti falsi o narrazioni manipolative?   
«Lo Stato islamico ricorre al deepfake per cambiare i connotati e la voce di coloro che diffondono la sua propaganda, allo scopo di renderli meno riconoscibili; inoltre, sfrutta voci e volti di personaggi noti e rispettati della galassia jihadista per rendere il messaggio che veicolano maggiormente incisivo. L’organizzazione ricorre alla GenAI per creare fake news e immagini artefatte, al fine di diffondere disinformazione e una propria narrativa, con il duplice scopo di accusare il nemico e glorificare le azioni dello Stato islamico. I contenuti falsi e le narrazioni manipolative contribuiscono ad avvalorare l’immagine positiva che l’organizzazione vuole trasmettere di se stessa, incitando, al tempo stesso, all’odio contro coloro che vengono considerati suoi nemici. Tale dinamica comporta anche un aumento del rischio di azioni emulative violente da parte dei simpatizzanti».

In che modo ha utilizzato riferimenti al mondo dei videogiochi per attrarre i giovani?
«Lo Stato islamico utilizza le piattaforme di gaming online, come Roblox e Discord, sfruttando il carattere immersivo dei videogiochi, sia per veicolare la propria propaganda – alterando i contenuti di gioco, ad esempio i connotati dei personaggi, lo story telling o l’ambientazione del videogioco, e inserendo riferimenti alla narrativa dello Stato islamico (bandiera, esecuzioni, mujaheddin nei campi di addestramento; ecc.) – sia per testare delle vere e proprie strategie operative, rendendo, quindi, il videogioco un vero e proprio campo di addestramento virtuale, estremamente realistico, in cui vengono simulati combattimenti, attacchi, esplosioni e tattiche di coordinamento. Inoltre, l’organizzazione manipola le funzionalità social di queste piattaforme di gioco online per promuovere contenuti ideologici e creare circoli radicali, sfruttando l’esposizione frequente e prolungata dei giocatori – soprattutto giovani – e stimolando un senso di community e appartenenza».

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