Ticino
17.03.2009 - 08:100
Aggiornamento : 20.11.2014 - 17:24

Due ticinesi a New York, breve storia di una lunga avventura

Alla scoperta di Sabrina e Alberto, due ticinesi che partiti per pochi mesi alla volta di New York hanno invece deciso di farne la propria casa, assorbendone gli spazi e lo spirito.

LUGANO - “Sono arrivata a New York dieci anni fa con un visto per studenti della durata di sei mesi, poi ho trovato un posto di lavoro alle Nazioni Unite e ci sono rimasta”, “io invece ci sono arrivato nel 1991 grazie ad un corso interno del Credit Suisse, poi mi sono sposato e adesso sono ancora qui”. Sono cominciate così le chiacchierate fatte con Sabrina Munheim e Alberto Zonca, due ticinesi che ad un certo punto della propria vita sono rimasti catturati da New York City. Davanti ad un hamburger in un ristorante in faccia alla Grand Central Station si è parlato del Ticino cercando di scoprire come un ticinese vive la grande mela.

New York e Ticino a confronto
“È una città intensa alla quale ci si abitua velocemente anche se si arriva da una famiglia di cinque persone che vive in un paesino della Leventina di 300 abitanti e dalla quale poi è difficile andarsene” ci ha spiegato Sabrina Munheim. “L’importante è essere aperti alle novità, la città offre moltissime cose e si deve essere pronti ad accoglierle”, continua parlando con entusiasmo della metropoli che l’ha accolta e nella quale ha ormai messo radici. Radici che non erano previste ma che si sono progressivamente allungate spingendola a comperare un appartamento a Brooklyn dal quale osserva e ammira l’affascinate skyline di Manhattan. Una molteplicità di offerte che ha conquistato anche Alberto Zonca, “agli inizi sono stato catturato dall’attività culturale, poi con la nascita dei miei figli ne ho usufruito meno. Ora che sono cresciuti possono approfittarne loro ed inoltre New York offre molte attività pensate per le famiglie che non si trovano ovunque”. Molti, quasi infiniti, i vantaggi nel vivere a New York, ma che richiedono anche qualche piccolo sacrificio. “Mi mancano i contatti con le persone. È molto facile fare amicizie perché i newyorchesi sono cordiali e molto aperti, ma a causa proprio della frenesia della città è difficile mantenerle perché le persone dopo pochi anni partono”, spiega Sabrina che poi ridendo ricorda le serate d’estate nei grotti del Canton Ticino. “Ogni tanto manca la tranquillità, ed è per questo che ho deciso di trasferirmi a vivere con la mia famiglia nell’estremità nord di Manhattan” mi racconta Alberto, che però ha poi precisato di non aver voluto abbandonare la città per la periferia “perché la vita in periferia è troppo tranquilla”. Nostalgia di casa? Un sentimento che i due intervistati non hanno mai espresso nel corso del nostro incontro.

Ticino-New York sola andata
Nei progetti di Sabrina non c’era quello di stabilirsi a New York: i sei mesi di studio dovevano permetterle di perfezionare l’inglese per poi tornare a Zurigo, dove viveva da 10 anni e dove intendeva trovare lavoro in uno studio legale. Un amore ora conclusosi ed un lavoro alle Nazioni Unite le hanno permesso di prolungare il proprio soggiorno per un paio d’anni, al termine dei quali - a causa anche dell’attacco al World Trade Center - il timore di dover lasciare la città è stato alto. “Avevo trovato un lavoro in una immobiliare che affittava appartamenti ad europei in vacanza o che si fermavano a New York per affari” racconta Sabrina, “ma dopo l’11 settembre la proprietaria mi ha licenziato perché non c’era più richiesta: tutti quelli che avevano affittato un appartamento annullavano i contratti e molti degli europei che già erano qui sono tornati a casa. Senza lavoro e quindi senza soldi. Poi la HypoVereinsbank mi ha assunta per un impiego piuttosto modesto, diciamo che all’interno di una banca è l’equivalente del lavapiatti in un ristorante. Però la fortuna negli Stati Uniti è che se ti impegni e dimostri d’essere bravo, arrivano le promozioni. Quando poi la Unicredit ha comperato la HypoVereinsbank è andata ancora meglio grazie al fatto che parlo diverse lingue, cosa che qui negli Stati Uniti non è molto frequente”.

Anche per Alberto Zonca l’esperienza a New York doveva inizialmente essere di breve durata, “sarei dovuto rimanere a lavorare per due anni e continuare in seguito la carriera in Svizzera. Poi ho potuto prolungare per un paio d’anni la mia permanenza fino a quando nel 1996 vi è stata la fusione tra la First Boston e il Credit Suisse e mi hanno offerto un contratto fisso”. Diciotto anni di permanenza nella Grande mela che hanno portato Alberto Zonca a presiedere la Pro Ticino East Coast. “Negli ultimi anni ci siamo limitati ad alcuni incontri o cene orientati più che altro di mantenere i contatti tra di noi. Prossimamente il Teatro Dimitri verrà a New York per un paio di settimane e allora organizzeremo qualcosa”. L’attività dell’associazione, mi raccontano, è scemata con la diminuzione del numero dei ticinesi presenti nella capitale finanziaria statunitense. Un calo legato forse anche alla crisi economica in atto. E così il discorso è scivolato inevitabilmente sulla cronaca.

Crisi e segreto bancario
“Credo che la crisi economica attuale abbia origini molto lontane” ha spiegato Alberto Zonca riferendosi al consumismo americano che lo sorprese negativamente al momento del suo arrivo. Quando gli chiedo se anche negli Stati Uniti si discute attorno al segreto bancario, Zonca precisa: “qui parlano dell’evasione fiscale e del segreto bancario svizzero ma non parlano dei capitali che i ricchi del Sud America hanno nelle banche americane per non dichiararli in patria”. Giornali e televisioni metropolitani danno largo spazio alla crisi economica e la notizia dei 150 anni di prigione chiesti per Madoff hanno risuonato tra i grattacieli di New York, dove però l’aria di crisi non sembra avere lasciato il segno. Il motivo lo spiega Sabrina: “I newyorchesi sprigionano energia positiva che spinge le persone sempre in avanti, verso il futuro. Proprio grazie a questa energia, nonostante la crisi economica molto profonda che ha causato molti licenziamenti, il morale della gente è rimasto alto. Potrei fare il confronto con l’11 settembre dopo il quale invece la città era con il morale a terra. Ricordo che si incrociavano le persone in strada e si pensava che magari quella donna o quell’uomo aveva perso un parente nel crollo delle torri. Poi però la città con i suoi ritmi incalzanti ha ripreso velocemente la sua tipica energia”.

I luoghi del cuore
La discussione è poi tornata a temi più allegri, Sabrina e Alberto mi hanno parlato dei loro angoli preferiti di New York. “Architettonicamente trovo bellissimo il Chrysler Building, per il resto amo il Central Park, ma anche Battery Park, dal quale si può vedere la Statua della libertà, mi piace molto”. “Il mio angolo preferito?” riflette Zonca, “sicuramente il Central Park, che proprio un angolo non è, ma che racchiude al suo interno alcuni spazi molto belli che danno l’impressione di trovarsi fuori dalla città. Puoi essere lì e non vedere i grattacieli, ti senti quasi in campagna”. E per un attimo, forse, il pensiero è tornato ad accarezzare le colline del Mendrisiotto. So far, so close.

Saul Gabaglio

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