La forza del franco spaventa più del rincaro dell'energia

Al momento le certezze sono inferiori alle incognite, secondo gli analisti di Raiffeisen Svizzera. Occhio, però, alle conseguenze di una guerra prolungata nel tempo
SAN GALLO - L’impatto economico del conflitto in Iran resta per ora limitato, ma le incognite superano le certezze. È la valutazione degli esperti dell'Economic Research di Raiffeisen Svizzera. Il nodo centrale non è tanto la durata degli scontri quanto la loro possibile estensione: dalla tenuta delle infrastrutture energetiche del Golfo alla capacità di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, crocevia strategico dei flussi petroliferi mondiali. È qui che si gioca la vera partita economica.
Il timore di un conflitto prolungato - Il ridotto sostegno internazionale a Teheran e la superiorità militare israelo-americana lasciano sperare in un conflitto breve. Ma lo scenario resta fragile. L’Iran potrebbe infatti destabilizzare a lungo la regione non tanto mediante missili convenzionali quanto tramite droni a basso costo, difficili da intercettare e capaci di colpire infrastrutture sensibili. Senza una soluzione negoziale o un intervento terrestre – ipotesi che Washington non sembra disposta a considerare e che richiederebbe mesi di preparazione – l’economia mondiale deve fare i conti con il rischio di una guerra prolungata o di un equilibrio instabile.
Petrolio sotto controllo, ma il rischio resta - Finora i mercati energetici hanno retto. L’offerta rimane adeguata e la domanda globale è ancora contenuta, fattori che hanno limitato l’aumento del prezzo del greggio. Nello scenario principale, il petrolio dovrebbe attestarsi attorno ai 75 dollari nei prossimi tre mesi, con effetti modesti sulla crescita mondiale. Ma se Hormuz diventasse impraticabile per settimane o se gli attacchi alle infrastrutture del Golfo si intensificassero, il prezzo potrebbe rapidamente avvicinarsi – o superare – la soglia dei 100 dollari. In quel caso, secondo Raiffeisen, l’inflazione tornerebbe a salire, comprimerebbe i consumi e andrebbe ad aumentare i costi per le imprese, rallentando in modo sensibile l’economia globale.
Legami diretti marginali - Per la Svizzera, il legame diretto con l’Iran è marginale e anche il commercio con l’intera regione del Golfo ha un peso limitato. Il vero canale di trasmissione passa dalla congiuntura internazionale. I partner commerciali ad alta intensità energetica – fortemente dipendenti dalle importazioni – sarebbero i più colpiti, così come gli Stati Uniti, dove l’aumento dei prezzi dell’energia si riflette più rapidamente sui prezzi al consumo.
È la forza del franco che spaventa - Nel contesto elvetico, invece, la sensibilità dell’inflazione ai rincari energetici è più bassa. Anche con un petrolio a 100 dollari, l’impatto sui prezzi al consumo difficilmente supererebbe mezzo punto percentuale. Il rischio maggiore arriva piuttosto dal ruolo di bene rifugio del franco: un conflitto prolungato potrebbe rafforzarlo ulteriormente, penalizzando le esportazioni in un momento di domanda globale debole. Va tuttavia ricordato che l’industria svizzera è meno energivora della media internazionale e ha già dimostrato resilienza durante lo shock dei prezzi seguito alla guerra in Ucraina.
La BNS vigila, ma senza fretta - La Banca nazionale svizzera ha ribadito la disponibilità a intervenire sul mercato dei cambi in caso di rivalutazioni eccessive del franco. Un’azione massiccia, però, scatterebbe solo con un cambio EUR/CHF ben sotto 0,90. Ai livelli attuali la valuta svizzera non appare chiaramente sopravvalutata e, in termini reali, negli ultimi due anni si è mossa in modo laterale rispetto all’euro.
Tassi? Non c'è fretta - Sul fronte dei tassi, non si intravedono urgenze immediate. Un moderato aumento dei prezzi energetici potrebbe persino aiutare a riportare l’inflazione verso il centro dell’obiettivo della BNS, secondo gli esperti di Raiffeisen. Solo in caso di forte apprezzamento del franco, con rinnovati rischi di deflazione importata, ulteriori tagli dei tassi non sarebbero da escludersi. Per ora, però, gli ostacoli a un ritorno a politiche più espansive restano elevati.



