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Dalle false promesse all’inferno del bordello: «Mi hanno manipolata»

Dopo la condanna dei responsabili di un bordello a Bienne accusati di tratta di esseri umani, una vittima rompe il silenzio e oggi aiuta altre donne.
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Fonte 24Heures
Dalle false promesse all’inferno del bordello: «Mi hanno manipolata»
Dopo la condanna dei responsabili di un bordello a Bienne accusati di tratta di esseri umani, una vittima rompe il silenzio e oggi aiuta altre donne.

BIENNE - Tratta di esseri umani e sfruttamento sessuale: sono questi i due capi d’accusa rivolti a una coppia che gestiva un bordello a Bienne, confermati lo scorso 25 maggio 2025 dal Tribunale regionale del Giura bernese-Seeland.

Chi rompe il silenzio - A mesi di distanza dalla condanna, contro la quale gli imputati non hanno presentato ricorso, Vera (nome di fantasia), una delle vittime del sistema criminoso messo in piedi dalla coppia, ha deciso di raccontare a 24Heures ciò che ha dovuto sopportare.

La giovane, oggi 24enne, di origine cubana come le altre sei vittime, era arrivata in Svizzera dalla Spagna nel 2021 con la speranza di voltare pagina e cambiare vita. «Ma erano tutte illusioni».

In piena pandemia - Secondo l’indagine condotta dalla Procura bernese, nel pieno della pandemia Vera è stata attirata a Bienne con false promesse e costretta a servire tra i 70 e gli 80 clienti in condizioni degradanti. Un calvario durato cinque settimane.

Senza lavoro e in una situazione precaria, la giovane si è lasciata ingannare da un conoscente. Si trovava in Spagna senza permesso di soggiorno e, prima di perdere l'impiego, lavorava su chiamata come assistente domiciliare per anziani.

Le false promesse - Secondo l’accusa, la proprietaria del bordello le avrebbe offerto un lavoro come assistente per il padre malato in Svizzera, promettendole un salario di 4mila franchi al mese. «Mi ha fatto credere che fosse una nuova vita», racconta Vera. «In Svizzera, un Paese che amavo e che consideravo sicuro. Fino ad allora ero sopravvissuta, ma volevo vivere».

La realtà si è rivelata ben diversa. «Quando ho varcato la soglia di quella stanza buia e sporca del bordello di Bienne ho capito che mi avevano ingannata. Sono crollata», ricorda. «Non avevo soldi, non avevo un posto dove andare. Mi hanno manipolata. Non avevo altra scelta che restare».

Lavoro e spostamenti - I protettori e la gestrice sorvegliavano le donne 24 ore su 24, controllandone il lavoro e gli spostamenti. Anche quando erano malate o durante il ciclo mestruale, dovevano restare a disposizione dei clienti. L’accusa cita anche il caso di una giovane di 26 anni, terrorizzata da un cliente aggressivo che l’aveva sequestrata: nonostante le sue richieste di aiuto, la proprietaria l’avrebbe costretta a proseguire il servizio.

«Una volta al giorno avevamo il diritto di uscire per comprare qualcosa da mangiare», racconta Vera. «Spesso eravamo accompagnate dai protettori. E non appena uscivamo, venivamo richiamate perché c’era un cliente. Dovevamo essere disponibili 24 ore su 24, sette giorni su sette».

La fuga - L’incubo si è interrotto solo dopo l’intervento della polizia, chiamata per una violenta lite tra una donna e il socio della proprietaria del bordello. «La situazione ha fatto così tanto rumore da attirare l’attenzione degli agenti», spiega Vera. Approfittando del caos, lei e un’amica sono riuscite a raccogliere le loro cose e a fuggire.

Per due settimane le due donne hanno dormito a casa di diverse persone che le hanno aiutate spontaneamente. «Ho incontrato l’amica di una conoscente, un’assistente sociale. Quando ha sentito la nostra storia, ci ha convinte a sporgere denuncia».

Nei mesi successivi Vera ha dovuto cavarsela da sola. Si è informata, ha letto le convenzioni internazionali contro la tratta di esseri umani e ha contattato diverse autorità, fino a trovare l’organizzazione di protezione SOLVA (Solidarity with Victims of Abuse), di cui oggi è volontaria. Qui sostiene altre vittime e partecipa a conferenze di sensibilizzazione.

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