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Migranti in balia delle intemperie fuori dal campo di Vučjak
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SVIZZERA / BIH
03.12.2019 - 11:020

Bosnia ed Erzegovina: la Croce Rossa svizzera rafforza l'aiuto ai migranti

L'organizzazione risponde così all'arrivo dell'inverno, che troverà impreparate circa 4mila persone. Lanciata una raccolta fondi

di Redazione
Thomas Paul, Keystone-ATS

BERNA / BIHAĆ - Circa 7000 migranti e rifugiati sono bloccati in Bosnia-Erzegovina. Oltre 4000 di loro non hanno trovato riparo in un normale campo profughi. Per far fronte ai rigori della stagione fredda, la Croce Rossa svizzera (CRS) ha deciso di aumentare il suo aiuto invernale e ha lanciato un appello alle donazioni.

Ieri sera è caduta la prima neve sulle colline che circondano la città di Bihać, nel nord-ovest della Bosnia. Nel campo temporaneo di Vučjak figure emaciate vivono in tende della Mezzaluna Rossa turca installate sopra una discarica poco lontano dal confine croato.

È perché quest'ultimo rappresenta una frontiera esterna dell'Unione europea (UE) che i migranti sono arrivati fin qui. A inizio dicembre a Vučjak erano circa 600, per lo più afghani, pakistani e alcuni siriani e indiani, tutti uomini, compresi alcuni giovani tra i 14 e i 17 anni. La maggior parte di loro soffre di scabbia.

Sulle strade che portano in Croazia, uomini solitari o in piccoli gruppi si danno da fare sotto la pioggia battente. Nelle capanne si vedono giovani genitori con bambini piccoli su materassi umidi. Si incontrano pakistani, indiani, siriani, iracheni, algerini e marocchini, alcuni dei quali viaggiano da anni dalla Grecia attraverso l'Albania e la Macedonia del Nord fino alla Serbia e infine alla Bosnia-Erzegovina.

Tutti vogliono raggiungere l'Unione Europea, la maggior parte sogna la Germania, la Francia o l'Italia. La Croazia è membro dell'UE, ma solo la vicina Slovenia fa parte dello spazio Schengen. Il primo obiettivo è arrivare lì.

Popolazione locale ostile - Alcuni non si arrendono nemmeno dopo una dozzina o più di tentativi infruttuosi, neanche dopo essere stati rispediti a piedi nudi attraverso il gelido fiume che segna il confine. Chiamano "game" ("gioco") questo susseguirsi di tentativi di varcare la frontiera attraverso la "giungla".

Da quando le guardie di confine croate usano droni e telecamere, passare dall'altra parte è diventato ancora più difficile. Ma c'è una cosa che non vogliono assolutamente: tornare nella loro patria.

Fumo acre fuoriesce dalle capanne perforate del campo di Vučjak, creato provvisoriamente nove mesi fa. Alcuni uomini, inzuppati fino alle ossa e tremanti, tentano di riscaldarsi accanto a un fuoco. Altri cucinano qualcosa con il cibo messo a disposizione dal personale della CRS.

La soluzione provvisoria di Vučjak dovrebbe presto sparire. Le autorità di Bihać avevano sperato nell'aiuto dell'UE, ma finora è stato loro negato. Da parte sua la popolazione ha espresso il suo malcontento e chiede che i giovani uomini siano controllati meglio: vengono accusati di furti e rapine.

Nessun politico eletto in Bosnia-Erzegovina vuole scottarsi con la questione dei migranti e dei rifugiati. Il prossimo autunno ci saranno le elezioni locali. Il tema è sensibile e può costare dei voti. Oltre a ciò, in questo piccolo paese confrontato con la povertà, la xenofobia si fa sentire sempre di più.

Fra sette e undici squadre mobili - I centri di accoglienza in Bosnia-Erzegovina sono gestiti dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), che dipende dalle Nazioni Unite. Sette squadre mobili della CRS, composte da personale locale, stanno fornendo assistenza di emergenza. Per anni lo hanno fatto per i bisognosi della regione e, dalla primavera del 2018, sempre più spesso per i migranti e i rifugiati.

L'aiuto consiste in pasti caldi, abbigliamento, coperte e sacchi a pelo. Spesso sono necessari anche assistenza psicologica, compassione spontanea e consolazione: un lavoro che coinvolge in modo viscerale il personale. Ciò accade, per esempio, quando a tarda sera la polizia ferma gli autobus che da Sarajevo o Tuzla portano a Bihać per far uscire i migranti e farli tornare indietro.

Presto le squadre mobili saranno undici, afferma Mihela Hinić, coordinatrice nazionale della Croce Rossa svizzera in Bosnia-Erzegovina, interpellata dall'agenzia Keystone-ATS a Bihać. La Croce Rossa bosniaca lavora in altri sei centri di accoglienza per rifugiati e migranti e tutto questo costa.

La Federazione internazionale delle Società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa ha lanciato un appello per raccogliere 3,3 milioni di franchi in modo da fornire cibo a circa 7600 migranti e aiutare 1500 famiglie locali ad accoglierli in Bosnia-Erzegovina. Finora sono stati accumulati 1,3 milioni di franchi.

Polizia accusata di essere brutale - Molti migranti e rifugiati sono stati arrestati dalle pattuglie croate e rimpatriati in Bosnia-Erzegovina. Raccontano di essere stati picchiati e privati di vestiti, scarpe, soldi e cellulari. Alcuni sostengono che gli agenti hanno pure sparato. Questa brutalità è stata documentata, tra gli altri, da Amnesty International. Ma non è ancora stato fatto nulla al riguardo.

Dall'aumento dell'ondata migratoria e dei movimenti di rifugiati nei Balcani nel 2015, le frontiere sono state chiuse una ad una per bloccare la "rotta balcanica" usata dalla maggior parte dei migranti per raggiungere i paesi dell'Europa occidentale partendo dalla Grecia. L'Ungheria ha compiuto il primo passo sbarrando il confine con la Bosnia-Erzegovina. L'Austria ha fatto lo stesso nel 2016 e la Slovenia pure. Non resta che la Croazia, con i suoi 900 chilometri di frontiera comune.

E così, sempre più persone sono transitate attraverso questo piccolo paese di 3,5 milioni di abitanti. Dall'inizio del 2018, si stima che siano circa 47'000 i migranti che hanno attraversato le frontiere e che circa 7000 sono in transito in Bosnia-Erzegovina.
 
 

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