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«Un Mondiale in casa è speciale, ma pieno di distrazioni»

Parola a Félicien Du Bois, in pista nel Mondiale casalingo del 2009: «Personalmente mi ero fatto prendere un po' dal nervosismo. Bisogna trovare il giusto equilibrio»
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«Un Mondiale in casa è speciale, ma pieno di distrazioni»
Parola a Félicien Du Bois, in pista nel Mondiale casalingo del 2009: «Personalmente mi ero fatto prendere un po' dal nervosismo. Bisogna trovare il giusto equilibrio»
«Fischer? Non si gioca per l'allenatore: se lo fai, la tua carriera dura poco. Si gioca per i tifosi, per i compagni e per sé stessi, anche se è normale avere legami più o meno forti con alcuni tecnici».
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BERNA - Ormai ci siamo: il conto alla rovescia sta per esaurirsi e tra poche ore la Svizzera esordirà nel "suo" Mondiale, affrontando gli Stati Uniti (questa sera alle 20.20). Dopo settimane movimentate, segnate soprattutto dal licenziamento in tronco di Patrick Fischer e dalla successiva nomina anticipata di Jan Cadieux, sarà finalmente il ghiaccio a parlare. Ma qual è la differenza tra giocare un Mondiale in casa e uno all'estero? È un vantaggio o aumenta la pressione? Lo abbiamo chiesto a Félicien Du Bois, che nel 2009 visse in prima persona la Coppa del Mondo di Berna e Kloten.

«Come in tutte le cose, dipende dai giocatori - ci ha detto l'ex giocatore di Ambrì, Kloten e Davos - Chi ha più esperienza, penso soprattutto agli NHLers, sarà senza dubbio in grado di gestire la tensione. I più giovani potrebbero invece fare un po' più fatica: sarà un mix. Giocare un Mondiale in casa è qualcosa di speciale. C'è tanta gente che vuole vederti anche fuori dal ghiaccio e questo è l'unico piccolo rischio che vedo. Amici, media, famiglia, tifosi: tutti vogliono parlarti. Quando sei all'estero, dopo le partite vai in hotel e nessuno ti riconosce. In casa invece è diverso. Non vuoi chiuderti in camera. Bisogna quindi trovare il giusto equilibrio tra il vivere l'atmosfera e il mantenere la concentrazione sull'hockey giocato».

L'obiettivo deve essere la finale...
«Sicuramente, lo dicono anche i giocatori. Bisogna però essere consapevoli che la strada è lunga. Non è che, solo perché siamo arrivati in finale negli ultimi due anni, ci siamo già anche questa volta... Anzi... Il percorso sarà tortuoso e pieno di ostacoli. Abbiamo comunque le capacità per arrivare in fondo, perché disponiamo di un'ottima squadra, come è stato dimostrato negli ultimi anni».

Ormai è trascorso un mese... Ma pensi che l'affare Fischer abbia lasciato degli strascichi?
«Sicuramente non è stato semplice da gestire per la squadra. Si sono trovati confrontati con una situazione particolare e una grande fonte di disturbo, almeno nei primi giorni dopo l'accaduto. Fortunatamente è successo ormai un mese fa e penso che i giocatori abbiano avuto il tempo di rimettere al 100% il focus sull'hockey. In questo senso, trovo che l'ultimo fine settimana in Svezia abbia aiutato molto. Sono arrivate due vittorie che senza dubbio hanno fatto bene al gruppo, per giunta con la squadra praticamente al completo».

Alcuni giocatori ci sono rimasti davvero male, tanto da chiedere alla Federazione il reintegro di Fischer...
«È normale... Diversi di loro avevano un legame particolare con Patrick Fischer. La priorità però è concentrarsi sul presente e su un Mondiale in casa, un'occasione che in carriera non capita a tutti. Jan Cadieux era già all'interno dell'ambiente ed è un allenatore che sa cosa significa vincere: non è arrivato qualcuno senza esperienza. L'ho conosciuto un po' ai corsi per allenatori e, quando parla, il gruppo lo ascolta. Sa di cosa parla ed è una persona piacevole da ascoltare. In più è un vincente e l'ha ampiamente dimostrato a Ginevra... La squadra ne è consapevole. Non si gioca per l'allenatore: se lo fai, la tua carriera dura poco. Si gioca per i tifosi, per i compagni e per sé stessi, anche se è normale avere legami più o meno forti con alcuni tecnici».

Pensi che il Mondiale in casa spingerà diversi giocatori a dare l'addio alla nazionale? Sarà una sorta di fine di un'era?
«No, non credo. Qualcuno sicuramente lascerà per via dell'età, ma non penso che il fatto che si giochi in casa sia decisivo per la scelta di alcuni giocatori. Piuttosto, trovo che - analizzando alcune scelte di Cadieux - si andrà incontro a un cambiamento. Per citare un paio di esempi, mi ha sorpreso che Jan non abbia puntato più a lungo su giocatori come Hofmann, Haas ed Herzog. Con Fischer, probabilmente, questi giocatori sarebbero andati al Mondiale. Ma un nuovo ciclo significa anche nuove idee e nuove opportunità per altri. Cadieux prenderà decisioni diverse, ed è normale».

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Cosa significa giocare una Coppa del Mondo in casa? Che ricordi hai del 2009?
«Onestamente mi ero fatto prendere un po' dal nervosismo, anche perché per me c'era un doppio fattore: primo Mondiale e Mondiale in casa. A Kloten eravamo reduci dalla sconfitta in finale, ma ero comunque in fiducia perché avevo disputato una buona stagione. Durante un Mondiale in casa ti ritrovi davvero al centro dell'attenzione e le distrazioni sono molteplici. Se potessi tornare indietro, gestirei quei momenti in modo diverso».

La delusione più grande è non esserci stato nel 2013, quando a Stoccolma arrivò l'argento?
«Probabilmente sì. Ero in un'ottima fase della mia carriera e Simpson voleva portarmi a tutti i costi, ma a livello di salute non ce l'ho fatta. Ero pieno di dolori e avevo problemi agli adduttori. Ero felicissimo per la medaglia d'argento, ma allo stesso tempo provavo tristezza perché sapevo che sarei dovuto esserci anch'io. Quel Mondiale l'ho vissuto davanti al televisore, con un pizzico di sana invidia per chi si trovava in Svezia...».

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