La doppia morale di Fischer

Imbroglio-Covid, Patrick Fischer predica bene, ma razzola male. La SIHF chiude il caso, ma la vicenda potrebbe lasciare strascichi pesanti in ottica Mondiali casalinghi.
BERNA - Il caso Fischer ha aperto un vaso di Pandora. E difficilmente si richiuderà senza lasciare strascichi pesanti. Sì, perché la confessione, arrivata ieri come un fulmine a ciel sereno, ha il sapore più di una mossa obbligata che di un reale atto di responsabilità. Più che un'ammissione di colpa, sembra un tentativo (peraltro goffo) di disinnescare una bomba già innescata dall’inchiesta della SRF e pronta a esplodere da lì a poco. Insomma non proprio un gesto dettato dal «senso di responsabilità» ma piuttosto una scelta suggerita dalla convenienza. Anche perché, un vero "mea culpa", per essere tale, avrebbe dovuto arrivare molto prima. Non quattro anni dopo i fatti. Non dopo essere stato colto "con le mani nella marmellata".
Principi disattesi - Intendiamoci, nessuno mette in discussione le motivazioni personali di Patrick Fischer sulla vaccinazione. Non è questo il punto. Il punto è un altro, ed è ben più grave. Utilizzando un certificato che attestava una vaccinazione mai avvenuta, Fischer ha commesso un reato penale. Ma c'è di più. Perché con il suo comportamento ha disatteso tutti i suoi principi. Tutti gli ideali che lui stesso ha sempre rivendicato: «Le regole valgono per tutti. Nessuno è più importante della squadra», diceva per giustificare scelte dure, come l’esclusione di Lian Bichsel dalla Nazionale. Parole che oggi appaiono vuote. Prive di significato.
La doppia morale - Una doppia morale. Sì, perché il comportamento (egoistico) del coach non è stato solo illegale: è stato anche potenzialmente dannoso per l’intero movimento. Se l’inganno fosse emerso durante i Giochi olimpici di Pechino, le conseguenze per la Nazionale avrebbero potuto essere devastanti. Una (potenziale) esclusione dal torneo, una figuraccia internazionale, un danno d’immagine enorme. Senza dimenticare i rischi personali: in Cina, infatti, un reato del genere che va ad «ostacolare la prevenzione e il trattamento di malattie infettive» può comportare «fino a tre anni di carcere». Insomma qualcosina in più alla pena pecuniaria svizzera per «falsificazione di documenti».
Indebolito davanti ai giocatori - Da questa vicenda Fischer esce inevitabilmente indebolito.La domanda, ora, è una sola: come reagirà lo spogliatoio? Come guarderanno il loro allenatore quei giocatori che, fino a ieri, erano pronti a gettarsi anche tra le fiamme per lui? Perché l’autorità, nello sport come nella vita, si costruisce sulla credibilità. E quella, oggi, è inevitabilmente incrinata.
Caso chiuso? - Proprio per questo sorprende la reazione della Federazione, che ha deciso di «chiudere il caso» e voltare pagina con una rapidità disarmante. È vero: i fatti risalgono a quattro anni fa. Ma liquidare tutto così rischia di creare un precedente pericoloso. E, alla lunga, di indebolire non solo Fischer, ma l’intera SIHF. Perché certe crepe, una volta aperte, non si possono semplicemente ignorare.



