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LUCA CAMPANA

RSI: siamo pronti a perdere qualcosa che non torna più?

Luca Campana Consigliere Comunale per Il Centro città di Lugano.
Luca Campana
RSI: siamo pronti a perdere qualcosa che non torna più?
Luca Campana Consigliere Comunale per Il Centro città di Lugano.

Forse qualcuno si ricorderà di un bambino che per anni si aggirava tra i corridoi della RSI di via Canevascini. Dopo la scuola, la tappa obbligata era la mensa dove lavorava mia madre Miriam e per me non era solo un edificio, era un mondo.

Un mondo fatto di volti noti, certo. Ricordo la visita del senatore Giovanni Spadolini, la presenza imponente del mio mito sportivo Werner Günthör e le interviste a Dick Marty, Giuliano Bignasca e Alex Pedrazzini. Ricordo indelebile pure una gag di Giorgio con il rumore della macchina del caffè.

Ma più dei nomi celebri, ricordo altro. Ricordo i tecnici del suono, gli elettricisti, i cameramen, i giovani che muovevano i primi passi. Ricordo chi lavorava due mesi per pagarsi un motorino, chi registrava le prime puntate in dialetto con la voce tremante. Un ecosistema di competenze che si formava e rimaneva in Ticino. Io non ne ho mai fatto parte davvero. Non ero particolarmente portato per l’oratoria da studio di registrazione. Forse, in fondo, avrei voluto esserlo, forse una parte di me avrebbe voluto trovare lì il proprio spazio. Ma non è questo il punto.

Proprio perché non ho interessi personali in gioco, posso guardare a quel mondo con una certa lucidità e oggi vedo un rischio concreto. Le preoccupazioni economiche sono reali, ogni franco conta ed è giusto chiedere efficienza e controllo dei costi, ma la proposta dei “200 franchi bastano” non è una semplice ottimizzazione: è una riduzione strutturale significativa delle risorse del servizio pubblico.

E quando si taglia in modo importante un sistema come questo, non si eliminano solo sprechi, si riducono produzioni locali, si comprimono posti di lavoro qualificati, si indebolisce la capacità di raccontare il territorio con uno sguardo nostro. In una regione linguistica minoritaria come la Svizzera italiana, questo pesa più che altrove. Una volta disperse competenze tecniche, studi e professionalità, non si ricostruiscono in pochi anni ed il mercato non le rimpiazza automaticamente. E cultura e informazione locale non si riaccendono con un interruttore.

Non è nostalgia. È responsabilità. Siamo pronti a perdere qualcosa che non torna più? Io voterò NO.

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