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L'INTERVISTA

«L'esultanza per quelle bombe sull'Iran? Disgustosa»

Ramine Kamrane, ricercatore iraniano dell'Università Pantheon-Sorbona, considera il regime degli ayatollah «al capolinea» ma non vede un'alternativa «abbastanza forte da spingerlo via». Su Pahlavi: «Il suo principale sponsor è lo Stato di Israele»
AFP
«L'esultanza per quelle bombe sull'Iran? Disgustosa»
Ramine Kamrane, ricercatore iraniano dell'Università Pantheon-Sorbona, considera il regime degli ayatollah «al capolinea» ma non vede un'alternativa «abbastanza forte da spingerlo via». Su Pahlavi: «Il suo principale sponsor è lo Stato di Israele»

PARIGI - L'intervista pubblicata nei giorni scorsi a due cittadini iraniani ha acceso un dibattito all'interno della comunità residente in Ticino, a riprova del fatto che le posizioni di chi si ritrova a far parte della diaspora sono tutt'altro che monolitiche. A una posizione che vede in Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo scià di Persia, la speranza di una transizione verso un futuro senza violenze e repressioni, si sono aggiunte altre che mostrano linee di pensiero differenti.

Una di queste è quella che si rifà a posizioni più democratiche, laiche e liberali. A tal proposito abbiamo interpellato il dottor Ramine Kamrane, ricercatore presso il Centro di storia dei sistemi di pensiero moderni dell'Università Pantheon-Sorbona a Parigi. Iraniano, è autore di numerose pubblicazioni su vari temi che hanno contrassegnato la politica e la cultura della sua patria.

L'opinione pubblica occidentale è stata molto colpita dai video delle esultanze per le bombe straniere cadute sui centri del potere degli ayatollah. Come ha reagito alla notizia degli attacchi dello scorso fine settimana? Quelle manifestazioni di giubilo sono davvero, come alcuni hanno spiegato, una conseguenza naturale dell'esasperazione a cui sono giunti gli oppositori al regime?
«La mia reazione è stata quella di un normale iraniano che vede il proprio paese attaccato a sorpresa e con pretesti fallaci: inquietudine e disgusto. Questi video, ampiamente diffusi su Internet, riflettono la reazione calda e vivace di una parte della popolazione che tendeva a vedere Khamenei come la personificazione del regime islamista. La sua immagine impedisce di vedere chiaramente il regime stesso e il sistema, ma le persone spesso reagiscono in modo epidermico».

Reza Pahlavi è molto attivo in questi giorni: sta lanciando appelli ai leader internazionali e sembra che sarà invitato a esprimersi al Parlamento europeo. Una transizione a lui affidata sarebbe realmente possibile? E se sì, pensa che andrebbe a sfociare in libere elezioni o piuttosto si avrebbe una versione riveduta e ammodernata di quella che era la monarchia guidata dallo shah?
«Il principale sponsor di Pahlavi è lo Stato di Israele. Sono le reti israeliane che lo promuovono ovunque nel mondo e in particolare negli Stati Uniti. Pahlavi cerca solo di far rivivere la dittatura di suo padre, inoltre ha preso posizione a favore di Israele durante la Guerra dei dodici giorni e, infine, a favore degli Stati Uniti durante la guerra attuale. Questa posizione lo ha ampiamente screditato presso gli iraniani».

Quelle dei media occidentali sono tutte ipotesi che danno per scontato che l'attuale regime sia stato sconfitto e appartenga al passato. Cosa che, in questo momento, non corrisponde al vero. Si fa insistentemente il nome di Ali Laridjani quale nuovo, possibile uomo forte accanto alla nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei (il figlio di Ali). Lo considera possibile e, se sì, cosa bisogna aspettarsi da una sua leadership?
«Che questo regime appartenga al passato non è una novità ed è risaputo fin dalla sua nascita. Abbiamo visto che ciò non gli ha impedito di durare e prosperare. È da molto tempo che è arrivato al capolinea. Se è ancora presente, è perché non esiste un’alternativa abbastanza forte da spingerlo via. Per quanto riguarda Laridjani, è un puro prodotto del khomeinismo. Potrebbe essere chiamato a un incarico importante, ma non vedo in cosa possa distinguersi dagli altri candidati».

Analisti internazionali pensano che il Corpo delle guardie della Rivoluzione avrà un ruolo sempre più rilevante, con una possibile presa diretta del potere. Si andrebbero a inasprire alcune dinamiche che abbiamo visto in questi decenni o la minaccia di nuovi attacchi israelo-americani li porterà su posizioni più moderate e pragmatiche?
«L'ipotesi di una presa di potere aperta da parte dei Guardiani della Rivoluzione non sembra all'ordine del giorno. Tuttavia, un aumento del loro peso nel processo decisionale appare inevitabile, soprattutto a causa della guerra. Ritengo che un irrigidimento del regime sotto i colpi provenienti dall'esterno sia più probabile».

Donald Trump ha mostrato di essere imprevedibile e di stancarsi presto delle varie crisi mondiali, comprese quelle da lui innescate. Cosa succederebbe se, un giorno, l'interesse degli americani dovesse rivolgersi verso altri contesti?
«Per quanto riguarda Trump, i suoi limitati mezzi intellettuali e la sua impazienza nel voler ottenere risultati è nota a tutti. A parte la sua sete di guadagno, ha poca costanza in molte cose. Per quanto riguarda gli altri centri di interesse nel mondo, dal tempo di G. W. Bush il presidente americano avrebbe dovuto contenere la Cina, ma nessuno è andato oltre il Medio Oriente. Nonostante le sue dichiarazioni programmatiche riguardo alla Groenlandia, al Canada e alla Cina, Trump è stato guidato dalla lobby israeliana e ha seguito i suoi predecessori. Non vedo all'orizzonte uno spostamento del suo centro di interesse».

Qual è il suo auspicio, a questo punto della vicenda?
«Di vedere finalmente l’emergere di un’alternativa democratica, liberale e laica all’orizzonte. Si tratta dell’unica soluzione credibile. È l’unico cambiamento degno di nota».

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