«Io sono qui, in pace e al sicuro. Ma non so se i miei familiari sono ancora vivi»

È una testimonianza che scuote dentro quella di Shabnam Mazidi, 40enne iraniana che dal 2022 vive in Ticino.
È una testimonianza che scuote dentro quella di Shabnam Mazidi, 40enne iraniana che dal 2022 vive in Ticino.
LUGANO - «È difficile vivere normalmente, per me, in questo momento. Faccio fatica a mangiare, faccio fatica a dormire. Di notte mi sveglio, guardo le notizie, parlo tra me e me e con il mio Dio». A dircelo è Shabnam Mazidi, una 40enne iraniana che dal 2022 risiede nel Luganese.
Il suo è un racconto di sofferenza, che vuole dare voce a un popolo oppresso. In Iran, infatti, da un mese a questa parte la popolazione si è mobilitata in protesta contro l’attuale regime teocratico. E la risposta del Governo non si è fatta attendere, sfociando in repressione, arresti e migliaia di uccisioni.
«Siamo tutti vittima di questo regime» - Ma partiamo dal principio. Shabnam è nata e cresciuta a Teheran e ha conosciuto suo marito, ticinese, nel 2020. Dopo le nozze, nel maggio del 2022, si è trasferita in Svizzera. «In Iran lavoravo come insegnante di sport all’università», racconta. «Sono cresciuta in una famiglia aperta, ma molti iraniani non lo sono…il regime lavora sulla mente delle persone, inculcando modi di fare e pensare. Così, soprattutto chi non ha beneficiato di una grande istruzione, segue ciò che detta il Governo».
E le limitazioni, nella vita di tutti i giorni, sono pesanti: «In Iran non si può dire liberamente quello che si pensa, non si può condividere sui social le proprie idee, non ci si può vestire come si vuole. Tutti gli iraniani sono vittime di questo regime, ma le donne ancora di più, così come gli omosessuali e coloro che hanno altre credenze religiose».
Disposti a morire per la libertà - La gente, però, non ne può più: «Gli iraniani vogliono un cambiamento, non vogliono più sottostare a questo tipo di regime. I giovani in particolare sono disposti a tutto per creare un futuro migliore, per loro e per le prossime generazioni: “O andiamo a morire per la libertà o continueremo a vivere così per sempre”, dicono».
Anche per Shabnam la fine dell’attuale regime è l’unica via possibile. «Ho sempre voluto pace e libertà», spiega, «ma quando sono venuta in Svizzera ho visto una realtà completamente diversa da quella che conoscevo. Questo mi ha confermato che le persone possono vivere così».
«L'incertezza mi fa stare male» - Il regime iraniano, intanto, non fa sconti a nessuno e dall’8 gennaio ha imposto un blackout totale di internet e delle linee telefoniche, rendendo di fatto impossibili le comunicazioni tra il popolo iraniano e il resto del mondo.
E per Shabnam è un vero e proprio supplizio. «Dall’inizio del blackout non sono più riuscita a sentire i miei familiari. Ho paura, perché non so se sono ancora vivi. Chiamo e scrivo tutti i giorni ma non ho ricevuto risposta né da loro, né da altri parenti, né dagli amici».
«È veramente dura vivere in questa incertezza. Questo non sapere mi fa immaginare tante cose e mi fa stare male», continua Shabnam, trattenendo a fatica le lacrime. «Intanto qui in Svizzera tutto procede normalmente, bisogna lavorare, svolgere le attività quotidiane, parlare con la gente…ma per me è difficile pensare che io sono qui, in pace e al sicuro, mentre la mia famiglia no».
«Ho la responsabilità di parlare» - Dal dolore, però, nasce il bisogno di mettere in luce ciò che sta accadendo. E il coraggio vince su ogni timore. «So che non sono una figura di potere, ma ho la responsabilità di parlare, di dare voce agli iraniani che in questo momento non ce l’hanno», sottolinea Shabnam. «Ogni giorno in Iran vengono uccisi centinaia di civili, non si può continuare a rimanere in silenzio».
E il suo messaggio arriva dritto al cuore, forte e chiaro. «Voglio dire alle persone di parlare dell’Iran, non ci dimenticate, perché con il silenzio la violenza diventa peggiore».





