Era lo zoo più brutto della Svizzera, oggi è rinato. Ecco come è cambiato

Dall'anno scorso è diventato ufficialmente una fondazione, la direttrice: «Non esponiamo animali, ma partecipiamo a progetti di conservazione e protezione a livello europeo e mondiale»
Dall'anno scorso è diventato ufficialmente una fondazione, la direttrice: «Non esponiamo animali, ma partecipiamo a progetti di conservazione e protezione a livello europeo e mondiale»
NEGGIO - Aree più ampie, accoglienza di nuove specie, nuovi spazi per i visitatori e lo sviluppo di progetti a lungo termine. È questa la direzione intrapresa dallo Zoo al Maglio, che a fine dicembre 2025 è ufficialmente diventato Fondazione Susy Fehr - Zoo Care.
Un passaggio definito fondamentale dalla direttrice Sabina Fehr: «Siamo un parco di dimensioni ridotte e quindi disponiamo di spazi limitati: anche la scelta delle specie che accogliamo dipende da questo fattore. La realizzazione dei nuovi progetti richiede però importanti investimenti e raccolte fondi, che non possono essere sostenuti unicamente dalle entrate dei biglietti».
Una realtà, quella dello Zoo al Maglio, spesso criticata negli anni passati. Solo un paio d’anni fa era stato definito «lo zoo più brutto della Svizzera», sollevando interrogativi e polemiche. «Oggigiorno lo zoo non è più una semplice esposizione di animali, ma partecipa a progetti di conservazione e protezione animale a livello europeo e mondiale», sottolinea Fehr. La struttura «è inserita nelle reti delle organizzazioni zoologiche internazionali e prende parte a programmi coordinati tra diversi zoo, che prevedono standard rigorosi. Tra le specie coinvolte vi è il leopardo delle nevi, inserito nel programma europeo EEP, mentre l’obiettivo è ampliare ulteriormente la partecipazione a questi progetti». Le dimensioni dei recinti, precisa la direttrice, «sono stabilite dalla legge e soggette a controlli regolari da parte dei veterinari cantonali e delle autorità federali. Per garantire il benessere animale lo zoo collabora inoltre con veterinari, biologi ed etologi che monitorano costantemente le condizioni degli esemplari ospitati». E gli animali «provengono principalmente dalla rete zoologica europea: non esiste commercio tra zoo, ma scambi coordinati tra strutture. Alcuni arrivano invece tramite programmi di recupero o nell’ambito della gestione di specie invasive e progetti di conservazione». Complessivamente nel parco si contano oltre 250 animali per circa 60 specie.
Tra le altre critiche mosse in passato vi era la presenza di gabbie e spazi delimitati. Stefano Bigiani, biologo dello Zoo al Maglio e vicepresidente della Fondazione, evidenzia però l’importanza di spiegare il contesto. «I procioni presenti qui, ad esempio, appartengono a una specie invasiva introdotta illegalmente in Europa e responsabile di gravi danni agli ecosistemi. Vengono catturati per limitarne la diffusione e, invece di essere abbattuti, trovano accoglienza in strutture come la nostra». Accanto all’attività svolta all’interno del parco, lo zoo sostiene anche progetti di tutela in natura, tra cui un’iniziativa in Namibia contro il bracconaggio dei leoni.
Tanti i progetti in serbo. «Si svilupperanno su più fronti: dall’introduzione di specie minacciate per rafforzare i programmi europei di conservazione - a breve è previsto l’arrivo di un nuovo primate - fino alla ristrutturazione del parco. L’obiettivo è rendere il parco più interattivo: un visitatore coinvolto sviluppa maggiore empatia verso gli animali e comprende meglio le sfide legate alla loro protezione». Ogni anno ne arrivano circa 50 mila.








