L’infanzia ritrovata: storie di rinascita a Casa Estìa

Da oltre cinque anni punto di riferimento nel Luganese, accoglie bambini separati temporaneamente dai genitori. La testimonianza di chi ha chiesto aiuto
Da oltre cinque anni punto di riferimento nel Luganese, accoglie bambini separati temporaneamente dai genitori. La testimonianza di chi ha chiesto aiuto
LUGANO - Una casa pensata per accogliere, non un freddo istituto. È questa la filosofia che da cinque anni guida Casa Estìa, realtà di riferimento nel Luganese, nata per rispondere ai bisogni dei più piccoli che, per diverse ragioni, devono essere temporaneamente separati dai genitori. Dal novembre 2020, la struttura accoglie bambini da zero a sei anni nei momenti in cui la separazione dal nucleo familiare d’origine si rende necessaria, mantenendo sempre il genitore come figura centrale del percorso.
«Mi hanno lasciato essere madre» - Lo sa bene Elisabetta, mamma di un bambino di due anni e mezzo che, sedici mesi fa, a causa di una ricaduta nella tossicodipendenza, ha scelto di affidare il figlio alle cure di Casa Estìa. Per lei è stato decisivo il sostegno dei professionisti: «Dopo un percorso tra clinica e comunità, lo scorso Natale l’ho trascorso a casa con mio figlio, finalmente serena. È stato il più bello della mia vita». La sua storia è simile a quelle di altri genitori, come Patricia che ha vissuto la separazione dai suoi gemelli sin dalla nascita. Essendo allora tossicodipendente «non ero in grado di prendermene cura», ammette. Gli educatori di Casa Estìa «hanno sempre creduto in me, anche quando io stessa avevo perso la speranza. Nonostante i miei problemi, mi hanno lasciato sempre rivestire il mio ruolo, quello di essere una madre. I miei figli non avrebbero potuto trovare un posto migliore».
Un lavoro quotidiano a sostegno di bambini e famiglie che, come spiega la presidente dell’Associazione Casa Santa Elisabetta (ACSE) Lisa Ciocco-Cavalleri, nasce da una riflessione maturata all’interno della stessa Casa Santa Elisabetta. «In origine accoglievamo mamme con i loro bambini e anche minori non accompagnati. Una convivenza che si è rivelata complessa, soprattutto per chi non aveva la presenza di un genitore». Da qui la necessità di creare una realtà separata, concepita come una casa: «Un ambiente più raccolto, capace di rispondere ai bisogni emotivi e relazionali dei bambini non accompagnati».
Prevenire l'istituzionalizzazione dei minori - L’obiettivo iniziale era prevenire l’istituzionalizzazione dei minori, lavorando intensamente con le famiglie per favorire, il prima possibile, idealmente entro un anno, il rientro a domicilio. «Con il tempo ci siamo però rese conto che le situazioni sono spesso più complesse del previsto e richiedono percorsi più lunghi», precisa Ciocco-Cavalleri. Mediamente, i bambini restano a Casa Estìa tra due e tre anni, a dipendenza della situazione di vulnerabilità della famiglia, ma in alcuni casi la permanenza si prolunga questo anche perché «il lavoro che viene svolto non riguarda solo la genitorialità, ma anche la ricostruzione di una rete sociale sul territorio».
Negli uffici amministrativi di via Tomaso Rodari 9 a Lugano, incontriamo anche la direttrice generale dell’ACSE Erminia Negri, con la direttrice pedagogica di Casa Estìa, Maika Wiczynski. Quest’ultima sottolinea come il legame genitore-figlio non venga possibilmente mai interrotto: «Gli educatori accompagnano i momenti condivisi per valorizzare le risorse e lavorare sulle fragilità. Anche quando il rientro a domicilio non è possibile e si opta per un affido famigliare o un’altra struttura di accoglienza, il lavoro con i genitori continua, perché l’obiettivo è garantire la loro presenza nella vita del bambino».
Casa Estìa accoglie i bambini su decreto dell’Autorità, a seguito di segnalazioni da parte dell’Ufficio dell’aiuto e della protezione. In alcuni casi riguardanti i neonati, l’équipe si reca direttamente in ospedale per avviare l’avvicinamento al Foyer. «Le famiglie arrivano spesso con un vissuto di istituzionalizzazione, rabbia e sfiducia», spiega Wiczynski. «Il primo passo è l’ascolto, senza giudizio. Riconoscerli come genitori, nonostante le difficoltà, permette di costruire una relazione di fiducia». Qui si può contare su un’equipe di dieci operatori per un numero massimo di otto bambini.
Cinque anni di presenza sul territorio - Lo scorso novembre Casa Estìa ha festeggiato i suoi primi cinque anni di attività. «È un progetto di cui siamo molto soddisfatte e che possiede ampi margini di sviluppo. Sarebbe auspicabile creare altre strutture di accoglienza come Casa Estìa, più piccole e diffuse sul territorio, per rafforzare il lavoro di prevenzione e avvicinarsi maggiormente alle famiglie», dice la presidente.
«Come dice un proverbio africano - conclude Wiczynski - per crescere un bambino ci vuole un villaggio. Casa Estìa fa parte di quel villaggio, ma ci vuole anche una responsabilità collettiva. Il valore del lavoro educativo sta nel vederli crescere, acquisire sicurezza e strumenti per affrontare la vita».






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