Sigarette e zucchero di frodo: ma i ticinesi facevano affari d'oro con i contrabbandieri

Il bel libro di Adriano Bazzocco affronta con l'occhio dello storico sociale uno dei fenomeni più indagati che hanno caratterizzato la vita di confine fino alla metà degli anni '70.
Il bel libro di Adriano Bazzocco affronta con l'occhio dello storico sociale uno dei fenomeni più indagati che hanno caratterizzato la vita di confine fino alla metà degli anni '70.
MENDRISIO - Una categoria di commercianti abusivi a parte, unici nel loro genere, glorificati dalla fama cresciuta attorno a loro attraverso articoli di giornale, libri di saggistica, romanzi, film. Alcuni dei suoi più autorevoli appartenenti sono finiti - assieme alle loro gesta - persino sotto l'attribuzione epica della voce "leggenda". Sugli "spalloni", fautori di quel leggendario contrabbando di confine, si è scritto molto, ma una nuova pubblicazione ne ripercorre la storia sociale dal 1861 al 1939: si tratta di "Spalloni e bricolle" (scaricabile gratuitamente), di Adriano Bazzocco, storico e ricercatore, nonché giurilinguista presso la Cancelleria federale.
Partiamo dalla fine: quando sono transitate le ultime bricolle tra l'Italia e la Svizzera?
«Gli ultimi passaggi si sono registrati verso la metà degli anni '70 del '900, quando il contrabbando tradizionalmente inteso come quello degli spalloni e delle bricolle a un certo punto termina a causa del forte rafforzamento del franco svizzero, che ha eroso i margini di guadagno dei contrabbandieri».
È stata una lunga storia però, secolare direi...
«Sì, quel che colpisce è che questa attività è stata esercitata appunto praticamente nel corso dei secoli; era già molto intensa prima dell'Unità d'Italia, sotto il dominio austriaco, è poi continuata nel '900 sempre nel medesimo modo, sempre con la bricolla, il vero e proprio oggetto simbolo del contrabbando, assieme ai peduli, delle calzature particolari che venivano confezionate con la tela di iuta per evitare di fare rumore e lasciare tracce sul terreno. Poi altri ausili indispensabili al mestiere erano il bastone e la roncola da tenere a portata di mano per tagliare gli spallacci se intercettati e darsi alla fuga»
Professione contrabbandiere: chi si avviava al mestiere veniva anche ricompensato di un certo prestigio sociale. Nelle vallate di confine lo spallone godeva del rispetto della gente, quasi un'autorità, seppur perseguito da quelle legittimamente istituite. Quale era il motivo di tanta "devozione"?
«Con sorpresa ho scoperto che il contrabbando non è stato soltanto un fenomeno economico per queste persone, di guadagno o arrotondamento delle loro marginali disponibilità date dagli umili lavori che venivano esercitati da questi valligiani di confine, ma assume anche una funzione simbolica, di opposizione nei confronti dell'odiato governo centrale che è percepito da queste popolazioni come un'entità insensibile ai problemi locali. Governo centrale invece molto presente per raggranellare imposte e per rubare uomini da mandare nell'esercito. Il contrabbando fu consustanziale alla miseria che attanagliava le vallate lungo l'arco alpino e sancì la riaffermazione della propria identità locale: per questo si attirava il favore della popolazione».
Mestiere per gente di montagna, abituata alla fatica e con una certa prestanza fisica, seppur gli esempi di spalloni donna non siano mancati.
«Lei si immagini cosa poteva significare arrampicarsi nel buio della notte sulle vette più alte e affrontare i rigori del freddo e le condizioni di tempo più avverse. Per affrontare le lunghe e sfiancanti camminate era innanzitutto necessario conoscere palmo a palmo il territorio e muoversi con grande agilità. Gli spalloni aprirono persino delle vie alpinistiche in alta quota, tanta era la loro arditezza pur di stare alla larga dalle guardie. Non solo uomini però: durante gli anni della grande crisi economica iniziata nel 1929, come si legge in un rapporto mensile del III Circondario doganale di Coira del maggio 1937, viene riferito che «sempre più donne e ragazzine prendono parte alle operazioni anche in altitudine». Va ricordato comunque che le donne erano particolarmente attive nelle operazioni di ricettazione, del trasporto delle merci una volta arrivate in Italia e poi in quella che potremmo chiamare l'intelligence del contrabbando, cioè la segnalazione di movimenti delle guardie di confine, l'acquisizione di informazioni per capire qual era il momento più opportuno per lo sconfinamento».
La natura dei traffici è cambiata: zucchero, tabacco e caffè oggi sono stati sostituiti da armi, stupefacenti e tratta di esseri umani. Il contrabbandiere che un tempo finiva negli elenchi dei casellari giudiziari per essere schedato al massimo come un "ladro da quatto soldi", oggi ha fatto carriera e veste più i panni di un soggetto dedito ad azioni più marcatamente criminose. La figura, insomma, ha perso per strada i suoi tratti "romantici".
«I beni cui lei faceva riferimento e che i contrabbandieri si procuravano in Svizzera per rivenderli in Italia erano gravati di importanti tributi fiscali, oppure come le sigarette sottostavano a un monopolio. Nel 1967 in Italia l'onere fiscale sulle sigarette estere equivaleva all'82,5% del prezzo di vendita. Oltre che sul tabacco, era su zucchero e caffè che vi era maggiormente lo scarto economico, merci appetibili per il contrabbandiere. E ha perfettamente ragione: sono cambiate le merci e la figura del contrabbandiere si è offuscata, ha perso del tutto il suo radicamento sociale».
A proposito di tabacco e sigarette: le aziende manifatturiere del settore erano ubicate nelle zone di confine. Non mi dica che gli spalloni si rifornivano direttamente da queste società che, in tempi più recenti, erano notoriamente in affari con soggetti di ben altro e più alto profilo.
«Una bella domanda che non mi sono mai posto, e non saprei darle una risposta in riferimento al periodo dell'Ottocento perché anche a livello di fonti non emerge esattamente quali fossero i passaggi della filiera e se gli spalloni si rifornissero direttamente dalle manifatture oppure se c'era un intermediario vicino al confine. Nella seconda metà del '900 però gli spalloni erano riforniti da grossisti che operavano su incarico dei produttori di sigarette esclusivamente nel mondo del contrabbando. La rete di distribuzione normale e la filiera del contrabbando erano tenute separate. Per quanto riguarda la localizzazione delle manifatture, in studi di inizio '900 si sostiene che fossero insediate a ridosso del confine per essere più vicine alle vie degli spalloni».
Il contrabbando generava un indotto sul suolo ticinese: negozianti e ristoratori facevano affari d'oro grazie agli spalloni.
«Beh, basti pensare a tutta quella rete di negozietti e osterie lungo il confine. I contrabbandieri dovevano mangiare e bere molto per incamerare molte calorie perché la loro era una vera e propria prestazione atletica».
In questa storia alla "guardia e ladri", guardie e spalloni spesso però condividevano quasi gli stessi tavoli di ristoro e le stesse locande, come accadeva nel villaggio di Cimalmotto. Si guardavano e studiavano con sospetto dietro vivande e bicchieri di vino: poi fuori di lì, sui camminamenti di montagna, cominciava il vero duello.
«Lo spaccio di Cimalmotto era il punto di rifornimento più vicino alla caserma delle guardie di finanza, che erano autorizzate a sconfinare in Svizzera. E lì capitava che guardie e spalloni si trovavano fianco a fianco, con quei sacchi in bella vista che tutti sapevano a cosa erano destinati. Ma del resto il grado di compenetrazione tra contrabbando e vita quotidiana nei villaggi svizzeri appare evidente se si guarda a ciò che avveniva ad Arogno, il 3 gennaio 1934 invasa da 131 uomini che, in attesa di riprendere la via per l'Italia al calar delle tenebre, trascorsero tutta la giornata in paese. La loro presenza è paragonabile all'uscita libera di una compagnia di militari ai giorni nostri in un villaggio di montagna: grande trambusto, battute da caserma, occhiate alle donne, ma anche un significativo indotto economico per le osterie».
Lei scrive che la Svizzera, riguardo al fenomeno, si è sempre mostrata abbastanza tollerante
«Allora, prima della Prima Guerra Mondiale i contrabbandieri potevano circolare liberamente e non si notificavano. Dopo, invece, l'attenzione fino ad allora posta sul controllo delle merci si spostò a quello delle persone. Dopo il primo conflitto mondiale circolano tanti fuggiaschi e tutte le nazioni erigono delle barriere nei confronti degli stranieri: nasce l'esigenza di controllare di più il territorio e non è più ammissibile che chiunque potesse entrare nel Paese. La presenza dei contrabbandieri viene così un po' disciplinata, con appositi registri tenuti nei posti di confine in cui venivano annotate le merci, e gli orari degli spalloni in entrata e poi in uscita. Con l'avvento del fascismo le autorità italiane si preoccuparono invece del contrabbando politico, esercitato dai fuoriusciti, che stampavano volantini antifascisti da affidare agli spalloni perché li divulgassero una volta tornati oltre confine».
Uomini, donne, ragazzi e ragazze: il reclutamento in una fase storica ha previsto anche l'arruolamento degli animali. E così anche i cani diventarono un giorno spalloni.
«Il fenomeno si sviluppa attorno agli anni '80 dell'Ottocento. Cani robusti sui quali veniva montata una bastina (ndr. una sella da monta) con la merce. Gli animali venivano condotti in Svizzera nel corso del pomeriggio e al calare della notte - dopo essere stati caricati - venivano liberati. Erano stati addestrati a evitare le persone in divisa e a tornare dal loro padrone in Italia dove ad attenderli c'era un lauto pasto. La famosa "ramina" prende avvio proprio dal fenomeno dei cani contrabbandieri: l'idea di uno sbarramento artificiale lungo confine nasce per impedire il viavai di questi quadrupedi, che le guardie di finanza non esitavano a prendere a fucilate».








