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CANTONE«Quella foto non offende solo gli omosessuali»

14.06.24 - 18:10
L'appello di chi lotta contro le discriminazioni: «L'episodio non va banalizzato, serve un'attenta riflessione»
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«Quella foto non offende solo gli omosessuali»
L'appello di chi lotta contro le discriminazioni: «L'episodio non va banalizzato, serve un'attenta riflessione»

LUGANO - Il selfie dai presunti contenuti omofobi che ritrae un ufficiale ticinese della Polizia dei trasporti delle FFS, non è passato inosservato a chi quotidianamente lotta contro le discriminazioni.

Tra questi Elena Nuzzo, responsabile della comunicazione per la campagna nazionale dei 16 giorni contro le violenze fondate sul genere che, senza mezzi termini, classifica l'accaduto come un «grave episodio di odio e di discriminazione omofobica».

Nuzzo, in quell'immagine, ci vede però dell'altro: «Al contempo è anche intersezionale, sessista, razzista e abilista». Insomma, un fatto sì grave ma al contempo - considerata anche la coincidenza di essere stato reso noto oggi (14 giugno), in occasione dello sciopero femminista -, sfruttabile «per tematizzare in modo costruttivo l’accaduto e portare un messaggio positivo, spiegandone il significato e l’impatto per far capire l’importanza di evitare, fermare e prevenire questi attacchi».

Come ha letto l'immagine quando l'ha vista?
«Come un qualcosa che non può e non deve essere banalizzato. Non è una semplice presa in giro. Va fatta una lettura più profonda».

Il fatto che vi sia una divisa credo che abbia un peso
«Le persone direttamente chiamate in causa che dall'altra parte vedono questo tipo di immagine, rischiano di sentirsi completamente fuori posto, escluse, rifiutate dalla società, proprio perché qui c'è una figura in divisa che dovrebbe rappresentare l'Autorità. Chi è già vittima di discriminazione, di violenza, di atti omofobi, di sessismo, si sente ancora una volta rifiutato, respinto, escluso, isolato da chi dovrebbe garantire la sua sicurezza, da chi dovrebbe essere un punto di riferimento».

Il commento alla foto, a sua volta, può generare diverse chiavi di lettura
«In ogni caso è di una gravità estrema e non può essere banalizzato. Dietro quell'espressione c'è tutto un linguaggio razzista, offensivo anche verso le persone con disabilità. È un linguaggio che al giorno d'oggi non ci aspetteremmo più di leggere. Qui è evidente la non consapevolezza delle parole che si stanno usando».

Cos'altro l'ha colpita?
«Le reazioni all'articolo. La maggior parte sono faccine che ridono.  Ciò è preoccupante perché mostra una tendenza a sminuire un problema che è di una gravità estrema e che mostra di essere ancora ben radicato nella nostra società».

I contenuti web hanno una fruizione talmente veloce che, spesso, non lascia spazio alla riflessione. È tutto di pancia
«Invece dovremmo fermarci un attimo, anche solo brevemente, per riflettere su quali sono i significati che emergono da un episodio simile. Una persona in divisa con un simbolo come quello, che cosa sta dicendo agli altri, alla società? Quante persone sta attaccando? Quante ne sta ferendo? Tocca solo gli omosessuali o magari ha una connotazione anche sessista, abilista, razzista? Questa, secondo me, è una riflessione costruttiva che bisogna suggerire per offrire gli strumenti necessari a una lettura più consapevole di questo tipo di immagini».

Se potesse dire qualcosa al poliziotto?
«Non sarebbe un attacco o una critica. Io lo inviterei piuttosto al dialogo. La mia è un'offerta: incontriamoci e parliamone. Confido che spiegandogli il significato che il suo messaggio può rappresentare, possa rendersi conto delle ferite che può aver provocato, della sofferenza che può aver generato. Perché, secondo me, in quella foto ciò che manca è la consapevolezza. Ed è su questo che bisogna lavorare».

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