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CANTONESiamo a questo punto: anche una banale panne ci manda in crisi

09.05.22 - 06:00
Swisscom va in tilt per una sera, e il consumatore impazzisce. Perché? Lo specialista Gabriele Balbi analizza il trend.
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CANTONE
09.05.22 - 06:00
Siamo a questo punto: anche una banale panne ci manda in crisi
Swisscom va in tilt per una sera, e il consumatore impazzisce. Perché? Lo specialista Gabriele Balbi analizza il trend.
«Delegando così tanto alla tecnologia – spiega – è normale che qualsiasi blocco possa essere vissuto con più apprensione rispetto a quando determinati dispositivi avevano un peso minore».

LUGANO - È capitato ancora di recente: Swisscom ha una panne che viene risolta nel breve arco di una sera. Apriti cielo: sui social nelle ore successive sono stati in diversi a sparare sulla compagnia di telecomunicazioni. Più o meno la stessa reazione si è verificata in occasione delle ultime panne di Whatsapp o di altre applicazioni tecnologiche importanti. Siamo ridotti a tal punto da non più sopportare un breve stop della tecnologia? «In un certo senso sì – conferma Gabriele Balbi, professore in media studies presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell'USI –. La comunicazione imperfetta è un tema di strettissima attualità». 
 
Perché?
«Sempre di più ci attendiamo efficienza totale dalle comunicazioni. La normalità, dal nostro punto di vista, è la comunicazione efficiente e performante. Le cose però non vanno sempre così. Anzi». 
 
È il caso di parlare di dipendenza?
«Dipendenza è una parola da usare con cautela. Sicuramente molte attività della nostra vita quotidiana dipendono dalla tecnologia. C'è chi è rimasto chiuso fuori dalla porta di casa perché non funzionava Google Home. Delegando così tanto alla tecnologia, è normale che qualsiasi panne possa essere vissuta con più apprensione rispetto a quando la tecnologia aveva un peso minore». 
 
Insomma, un malfunzionamento è più grave adesso rispetto a 10 anni fa?
«Si. Anche perché siamo sempre più interconnessi. Usiamo le tecnologie per comunicare, per lavorare, per divertirci, per fare tutto. Un malfunzionamento spesso non colpisce il singolo, ma coinvolge la collettività».

Chi gestisce queste tecnologie lo sa bene. 
«Anche per questo ci sono forme di fortissima manutenzione. Parecchio costose. Tutto questo non è visibile all'utente. Più la tecnologia si fa sofisticata, più possono emergere anche eventuali difficoltà di gestione».
 
Lei giustifica determinate reazioni forti di fronte a una panne?
«Non le giustifico. Ma le capisco, contestualizzandole. Ci sono persone che magari nel momento del blocco stanno facendo qualcosa di importante per loro. Diciamocela tutta inoltre: gli utenti hanno sempre reclamato. Anche 30 anni fa quando c'erano problemi ai telefoni fissi. Fa parte della natura umana lamentarsi di fronte a un malfunzionamento».  
 
E pensare che si parla sempre più anche del rischio di blackout. Siamo diventati incapaci di fare fronte alle incognite della vita? 
«Il concetto di blackout rievoca il buio. Nella storia ha sempre generato apprensione. Come non pensare a quando New York nel 1977 rimase al buio per più di 24 ore? L'assenza di luce ci fa accorgere che la nostra modernità si basa su poche reti importanti: la rete elettrica, la rete fognaria e quella di telecomunicazione e web». 

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