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Una montagna di denaro: «E il 95% non va alle casse malati»

CANTONEUna montagna di denaro: «E il 95% non va alle casse malati»

27.04.22 - 19:30
Premi su di quasi il 10% nel 2023. La preoccupazione di Ivo Giudicetti, portavoce di santésuisse, su Piazza Ticino.
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Una montagna di denaro: «E il 95% non va alle casse malati»
Premi su di quasi il 10% nel 2023. La preoccupazione di Ivo Giudicetti, portavoce di santésuisse, su Piazza Ticino.
«I costi sanitari – sostiene – continuano a crescere. Serve un nuovo tariffario medico a forfait per il settore delle cure ambulatoriali. E poi vanno abbassati i prezzi dei farmaci e delle tariffe da laboratorio».

BELLINZONA - «Siamo molto preoccupati per l'aumento dei costi sanitari. E i premi delle casse malati dipendono da questo». A spiegarlo è Ivo Giudicetti, portavoce di santésuisse, ospite su Piazza Ticino. Il tema caldo è quello dell'aumento dei premi. Nel 2023, stando all'Ufficio federale della sanità pubblica, potrebbe corrispondere a una crescita di circa il 10%. 

Casse malati stremate dal Covid?
«Le casse malati da inizio pandemia hanno già coperto circa un miliardo di franchi di costi eccezionali. Le riserve possono intervenire in caso di necessità per coprire costi imprevisti». 

Le riserve ammontano a 12 miliardi di franchi però. Una cifra enorme, no? 
«Le riserve non aumentano allo stesso ritmo dei costi della salute. È una cifra che comprende tutti gli assicuratori. Se i costi continueranno a crescere, si scioglierà parte di queste riserve. L'anno scorso è stato redistribuito quasi mezzo miliardo di franchi a favore degli assicurati. Questi 12 miliardi sono anche frutto di investimenti e non solo il risultato di quanto gli assicurati hanno pagato in più negli ultimi anni. E vanno comunque comparati ai costi fatturati dalla LAMal. Nel 2021 sono stati fatturati 36 miliardi di franchi».

I medici sono troppo cari?
«C'è una questione legata al tariffario e qui santésuisse è molto attiva. Propone un nuovo tariffario medico a forfait che permette di contenere i costi nel settore ambulatoriale. Questo porterebbe a rendere più trasparente la fattura del medico e a frenare l'aumento dei costi. Ricordiamoci che gli assicuratori malattia non hanno accesso alle diagnosi». 

Sul contenimento dei costi circolano varie ipotesi... Qual è la vostra opinione?
«Noi abbiamo dato l'allarme già in gennaio, il mondo politico non è abbastanza reattivo. L'Esecutivo potrebbe agire anche da solo. Ad esempio abbassando le tariffe di laboratorio, troppo care rispetto ad altri Paesi comparabili. Va fatto qualcosa anche per abbassare i prezzi dei medicinali e spingendo di più i generici». 

Spesso i ticinesi vengono "accusati" di andare troppo dal medico. Come si deve comportare il paziente? 
«Un assicurato che non sta bene deve andare a farsi vedere. Ci mancherebbe. È vero che c'è anche chi va dal medico come se fosse un semplice "consumare", facendosi prescrivere su richiesta sedute di fisioterapia ad esempio. Su questo non abbiamo controllo». 

Portare la franchigia al massimo o cambiare cassa malati di frequente come fanno alcuni ha ancora senso?
«Sono scelte che garantiscono un certo margine. Uno decide di tenere la franchigia a 300 franchi e di pagare premi alti. Ma c'è anche chi porta la franchigia a 2.500 franchi per pagare premi più bassi. La libertà del nostro sistema sta anche nella possibilità di cambiare assicuratore o di scegliere un modello assicurativo alternativo».

Il tema della cassa malati unica ogni tanto torna di moda?
«Ogni tanto sì. Ma bisogna capire anche quale è il senso. Noi abbiamo un sistema di solidarietà, dove il sano paga anche per chi ha bisogno di cure. Un sistema bismarckiano. Ed è provato che questo sistema porta più rapidità nell'accesso alle cure. Un modello parzialmente o interamente statale prevederebbe attese più lunghe».

Quanto è sotto pressione il sistema dopo gli ultimi annunci dell'Ufficio federale della sanità pubblica?
«La pressione c'è ovviamente. Anche perché si parla di un ambito in cui circolano 36 miliardi di franchi all'anno. Di cui il 95% circa finisce nelle tasche dei medici o di chi offre altre prestazioni. Non certo delle casse malati». 

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