Cala il numero di cittadini UE in Svizzera

Il saldo migratorio diminuisce ma resta superiore alla media storica, mentre cresce il numero di frontalieri.
Il saldo migratorio diminuisce ma resta superiore alla media storica, mentre cresce il numero di frontalieri.
BERNA - Nel 2025 i cittadini europei in Svizzera erano in numero inferiore: il saldo migratorio UE/AELS si è attestato a 50'900 persone, in calo rispetto agli ultimi tre anni. Lo indica oggi la SECO, precisando che il numero di frontalieri è invece aumentato.
Questo risultato rimane comunque superiore alla media storica, indica oggi la Segreteria di Stato dell'economia (SECO) presentando il 22esimo rapporto dell'Osservatorio sulla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l'UE.
Il rapporto analizza anche l'impatto della libera circolazione sul mercato del lavoro e sulle prestazioni sociali, un tema che è stato caldamente dibattuto soprattutto durante la campagna di votazione per l'iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!», respinta alle urne una decina di giorni fa. «Vogliamo fornire fatti e cifre», ha dichiarato a Berna la Segretaria di Stato Helene Budliger Artieda davanti ai media.
Questi dati dimostrano che l'economia svizzera ha bisogno di forza lavoro straniera, che si tratti di medici e personale infermieristico, ricercatori farmaceutici, specialisti IT o lavoratori stagionali per l'edilizia e il settore alberghiero. «La libera circolazione delle persone è fondamentale per consentire alle aziende di coprire la loro domanda di manodopera», ha aggiunto Budliger Artieda.
Un'immigrazione trainata dal lavoro
I dati della SECO confermano che l'immigrazione legata alla libera circolazione continua a essere fortemente orientata al mercato del lavoro e strettamente legata alle esigenze dell'economia. Nel 2025, infatti, quasi nove persone su dieci provenienti dai paesi UE/AELS e in possesso di un permesso di dimora in Svizzera svolgevano un'attività lavorativa.
«Le persone arrivano per lo più avendo già un contratto di lavoro in tasca», ha sottolineato la direttrice della SECO, evidenziando l'alto tasso di occupazione e specificando che la quota di assistenza sociale e di disoccupazione per questo gruppo di persone rimane bassa.
Negli ultimi anni, la domanda di manodopera straniera è stata particolarmente elevata nei servizi «ad alta intensità di conoscenza» (servizi dove si «vendono» cervelli, competenze e soluzioni immateriali) e nel settore sanitario. Tuttavia, anche il settore alberghiero e della ristorazione, l'edilizia e l'industria hanno fatto ampio ricorso al reclutamento nell'area UE/AELS.
Mantenere l'immigrazione il più possibile vicina alle esigenze del mercato del lavoro è fondamentale nell'ottica del calo demografico in Svizzera, si legge nel rapporto. Negli ultimi 15 anni, la manodopera straniera ha generato una crescita annua media del volume di lavoro di circa lo 0,8%.
Frontalieri in crescita
Il rapporto evidenzia come il 19% della forza lavoro in Svizzera provenga dall'area UE/AELS, a cui si aggiunge un ulteriore 8% di frontalieri. Complessivamente, il 35% di tutti i dipendenti in Svizzera è composto da lavoratori stranieri, una quota che diventa addirittura maggioritaria nei settori chimico e farmaceutico.
«La crescita si adatta al ciclo congiunturale», ha spiegato Jérôme Cosandey, capo della Direzione del lavoro presso la SECO. Ciononostante, secondo Budliger Artieda, l'aumento dell'immigrazione porta con sé anche delle sfide: è necessario sfruttare ancora meglio il potenziale della manodopera indigena e gli uffici regionali di collocamento (URC) devono avvicinarsi maggiormente al settore privato delle loro regioni. Anche la pressione sui salari va tenuta d'occhio, sebbene persino in Ticino la situazione «non sia allarmante».
Il bilancio sulle assicurazioni sociali
Il rapporto analizza anche l'impatto della libera circolazione sulle prestazioni sociali. In proporzione, i cittadini UE/AELS versano molti più contributi all'AVS e all'AI (Assicurazione invalidità) rispetto alle prestazioni che percepiscono sotto forma di rendite pensionistiche o di invalidità. Al contrario, a causa del loro maggiore rischio di disoccupazione, versano meno contributi all'Assicurazione contro la disoccupazione (AD) rispetto alle indennità che percepiscono.
Anche i partner sociali guardano complessivamente con favore all'immigrazione nell'ambito della libera circolazione. «È elementare per il mercato del lavoro e aiuta a occupare i posti vacanti e ad attenuare le carenze di personale», ha dichiarato Roland Müller, direttore dell'Unione svizzera degli imprenditori (USI), ricordando che dall'introduzione della libera circolazione la Svizzera è diventata mediamente più ricca e i salari sono aumentati.
Tuttavia, secondo Müller, la politica e l'economia devono prendere sul serio lo scetticismo espresso dalla popolazione: l'elevata immigrazione comporta infatti sfide sul mercato immobiliare, per le infrastrutture, nei trasporti e nelle scuole. «Se la Svizzera vuole meno immigrazione mantenendo lo stesso livello di benessere, deve sfruttare meglio il potenziale della manodopera interna», ha ammonito Müller, evocando una migliore conciliazione tra famiglia e lavoro, il potenziale dei lavoratori più anziani e, a lungo termine, la necessità di ridiscutere un aumento dell'età pensionabile.
Di parere opposto David Gallusser, segretario centrale dell'Unione sindacale svizzera (USS), secondo cui si deve intervenire invece sulla protezione dei salari. Gallusser ha rilevato che in quasi un terzo dei controlli i salari minimi non vengono rispettati e che in numerose professioni si pagano stipendi con cui si fatica a vivere in Svizzera.
«I mestieri nel commercio al dettaglio, nel settore alberghiero, nei saloni di parrucchieri o nelle panetterie vanno urgentemente rivalorizzati». Inoltre, invece di aumentare l'età pensionabile, secondo Gallusser bisognerebbe migliorare la situazione dei lavoratori più anziani, sostenendo ad esempio in modo più efficace i disoccupati in là con gli anni nella ricerca di un impiego.





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