«Un treno non è un’auto: non frena così facilmente»

Le considerazioni di un ex dipendente delle FFS dopo la tragedia avvenuta ad Allaman (VD), dove un giovane è stato investito da un convoglio mentre attraversava i binari della stazione.
ALLAMAN - La tragedia avvenuta mercoledì sera, 8 aprile, alla stazione FFS di Allaman, nel canton Vaud, dove un ragazzo di 15 anni ha perso la vita dopo essere stato investito da un treno, ha riacceso con forza il dibattito sulla sicurezza lungo le tratte ferroviarie. Un evento che solleva interrogativi urgenti: cosa si può fare per evitare che simili incidenti si ripetano?
«Molti giovani non percepiscono il reale pericolo»
Secondo Christian Roduit, ex dipendente delle FFS e membro socialista del Gran Consiglio del Vallese, la risposta passa prima di tutto dalla prevenzione. Già nel maggio 2021, insieme al deputato UDC Damien Fumeaux, aveva lanciato un allarme attraverso un postulato dal titolo: «Sensibilizzare i giovani sui pericoli della ferrovia: quante morti ci vorranno?». Il testo, respinto allora dal 66% dei parlamentari, appare oggi drammaticamente attuale.
«È evidente che molti giovani non percepiscono il reale pericolo», ha spiegato Roduit ai colleghi di 20Minutes. Secondo la prima ricostruzione dell'incidente fornita dalla Polizia cantonale sembrerebbe che il giovane stesse per attraversare i binari. «Le stazioni sono luoghi di ritrovo, ma spesso si sottovalutano i rischi. Un treno non è un’automobile: non può fermarsi rapidamente».
Tra i comportamenti più preoccupanti, l’ex dipendente segnala la tendenza ad avvicinarsi troppo ai binari o addirittura ad attraversarli, nonostante la presenza di sottopassaggi sicuri. Una leggerezza che può avere conseguenze fatali, soprattutto su alcune linee dove i convogli transitano a velocità molto elevate. «In stazioni come Riddes o Saxon, i treni possono raggiungere anche i 160 km/h, in particolare gli EuroCity».
Anche pochi minuti possono essere decisivi
Di fronte a situazioni di pericolo, la reazione tempestiva può fare la differenza. «Se si assiste a comportamenti rischiosi, è importante chiamare il 117», ha aggiunto Roduit. «Anche pochi minuti possono essere decisivi».
Nonostante la crescente presenza di telecamere nelle stazioni, il loro ruolo nella prevenzione immediata resta limitato. «Non si tratta di sistemi di sorveglianza in tempo reale come quelli autostradali», precisa. «Servono soprattutto a ricostruire quanto accaduto dopo i fatti».
Più scettico, invece, sull’ipotesi di installare pulsanti di emergenza accessibili al pubblico: «Tra il rischio di vandalismo e le difficoltà tecniche, sarebbe una soluzione complessa da implementare».
Il caso di Allaman riapre dunque una questione cruciale: come rafforzare la consapevolezza dei rischi, in particolare tra i più giovani, e rendere gli spazi ferroviari più sicuri. Per Roduit, la risposta non può più essere rimandata.



