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Tra vocazione e attesa: il limbo dei giovani docenti

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Fonte Red
Tra vocazione e attesa: il limbo dei giovani docenti

BELLINZONA - Ho 27 anni e una vocazione chiara: insegnare italiano. Non è un ripiego, né una scelta casuale. È un percorso costruito con anni di studio, sacrifici personali e familiari, aspettative condivise. Livelli A, liceo, Bachelor — poi il Master, perché senza è difficile trovare lavoro. È questo che ti viene detto: se vuoi insegnare, devi investire. E tu lo fai. Ti formi, cresci, investi. E con te rinunciano anche i tuoi genitori: affitto, tasse universitarie, abbonamenti del treno, materiale, e chi ne ha più ne metta. Tutto per arrivare a un obiettivo che sembra sempre vicino, ma che in realtà si allontana ogni anno di più.

E sì, questo è quello che viene detto in generale: che devi formarti, seguire un percorso completo, spesso il classico 3+2, quindi Bachelor e Master. Anche se, in realtà, per insegnare alle scuole medie basterebbe anche il Bachelor, a seconda del contesto. Però fin da quando siamo piccoli ci viene praticamente trasmessa l’idea che il percorso giusto sia quello lungo: fare tutto, arrivare fino in fondo, perché così si aprono più porte, più possibilità, più sicurezza.

In Ticino, per insegnare, serve l’abilitazione. E per ottenerla bisogna passare dal DFA. Fin qui, nulla di sorprendente: è giusto che la formazione sia seria, esigente, qualificata. Ma ciò che non è più accettabile è il cortocircuito tra formazione e realtà del lavoro. Ci si abilita — o si cerca di farlo — per entrare in un sistema che, di fatto, non ha posti. Non oggi, non domani, forse nemmeno tra anni.

Il caso degli aspiranti docenti esclusi nel 2025 non è un’eccezione: è il sintomo di un sistema che continua a formare persone senza garantire loro uno sbocco reale. Si alza l’asticella per accedere all’abilitazione, si rende il percorso sempre più selettivo, ma a cosa serve selezionare, se a valle non esiste una pianificazione concreta dei posti di lavoro? Si parla di pianificazione pluriennale. Ma per chi oggi è nel mezzo del guado, queste parole suonano vuote. Nel frattempo la vita va avanti: gli anni passano, le scelte pesano, le energie si consumano. E resta una domanda semplice, brutale: ha ancora senso investire così tanto in una strada che non porta da nessuna parte? Il problema non è la qualità della formazione. Il problema è la mancanza di coerenza tra formazione e mercato del lavoro. È un sistema che chiede sempre di più — titoli, sacrifici, pazienza — offrendo sempre meno in cambio. E a pagarne il prezzo sono soprattutto coloro che hanno scelto una formazione specifica, mirata, senza veri “piani B”.

Non si può continuare a dire ai giovani di studiare, di specializzarsi, di credere nel merito, se poi il sistema non è in grado di accoglierli. Non si può costruire un percorso così lungo e impegnativo per poi lasciare le persone sospese, in un’attesa indefinita: di un concorso, di qualche ora, di una possibilità per concretizzare le proprie ambizioni. E quando si cercano alternative, emergono nuove contraddizioni. Per insegnare nelle scuole professionali, ad esempio, non è richiesta l’abilitazione, ma uno dei requisiti è aver maturato almeno sei mesi di esperienza lavorativa al 100% in un’azienda. Ma come può uno studente, o un neolaureato, soddisfare questa richiesta? Come si costruisce quell’esperienza, se per anni si è investito interamente nella formazione accademica, spesso senza possibilità di lavorare a tempo pieno? La situazione è ancora più complessa per chi, come molti laureati in ambito umanistico, ha dedicato anni allo studio della letteratura, costruendo un percorso culturale ricco ma poco spendibile fuori dalla scuola. Persone che hanno investito tutto in una direzione precisa, sostenute anche dalle famiglie, e che oggi si trovano senza un’alternativa chiara e senza un accesso reale alla professione per cui si sono formate.

Allora cosa resta? Quando arriverà un posto stabile? Quando sarà possibile costruire una vita senza dipendere da chiamate per supplenze, senza vivere nell’incertezza dell’apertura di un concorso o di un ciclo di abilitazione? E anche quando queste opportunità si presentano, restano altri ostacoli: test d’ammissione, selezioni, graduatorie. E se non si supera un esame? E se si viene abilitati ma non ci sono comunque posti? Questa non è solo una questione individuale. È una questione strutturale. È il segnale di un sistema che non funziona più e che rischia di spegnere non solo le nostre ambizioni, ma anche la fiducia nei prossimi che intraprenderanno questo tipo percorso. Perché la frustrazione più grande non è aver scelto una strada difficile. È scoprire, dopo anni, che quella strada forse non porta da nessuna parte.

E allora sì, una domanda resta aperta: quando verremo davvero ascoltati?

Una giovane aspirante docente

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