10 anni senza grandi opere

Christian Fini, presidente LEA, Associazione d'area per l'ambiente e l'energia del PLRT.
Un dato sulla mobilità che dovrebbe preoccupare seriamente chiunque abbia responsabilità politica in Ticino. L’ultima grande infrastruttura ferroviaria realizzata è stata AlpTransit, inaugurata nel 2016. E se ci spostiamo in ambito stradale dobbiamo addirittura tornare indietro al lontano 2012 con l’apertura della galleria Vedeggio-Cassarate.
Da allora, il Cantone non ha più realizzato grandi opere infrastrutturali strategiche per la mobilità. In un territorio che cresce, che si urbanizza e che vede aumentare i flussi pendolari, turistici ed economici, questo è un segnale allarmante. In questi dieci anni abbiamo prodotto studi, strategie, consultazioni pubbliche, tavoli di lavoro. Ma abbiamo smesso de facto di costruire.
Nel frattempo, la popolazione è cresciuta, la pressione sul territorio è aumentata, la mobilità è diventata uno dei principali fattori di stress per cittadini e imprese. Le infrastrutture, invece, sono rimaste sostanzialmente quelle di ieri. L’immobilismo infrastrutturale non è neutro. Ha un costo economico, sociale e territoriale. Ogni giorno perso nel traffico è produttività persa. Ogni collo di bottiglia non risolto è un freno allo sviluppo. Ogni progetto rinviato è una scelta politica con conseguenze concrete sulla qualità di vita. Abbiamo continuato a usare una rete stradale e ferroviaria pensata per un Ticino che non esiste più. Il territorio è cambiato, le infrastrutture no.
Oggi guardiamo con interesse a tre progetti strutturali di grande importanza. Da un lato, il tram-treno del Luganese, concepito per migliorare la mobilità nell’area urbana più densamente popolata del Cantone, ridurre la pressione sulle strade e offrire un’alternativa credibile all’auto privata. Dall’altro, il collegamento veloce A2–A13 in galleria tra Bellinzona e Locarno. A questi si aggiunge il progetto PoLuMe, tra Lugano e Mendrisio, che ci aspettiamo sia interrato, come richiesto dalla petizione “Sopra la vita, sotto la strada”, una soluzione che permetterebbe di liberare superficie urbana, migliorare la qualità di vita e ricucire il territorio oggi tagliato in due dalle infrastrutture.
Sono progetti necessari e strategici che vedranno la luce, nella migliore delle ipotesi, solo a partire dal 2040 perché in passato purtroppo non si è stati in grado di costruire consenso politico.
Il dibattito ticinese è spesso prigioniero di una contrapposizione sterile: strada contro ferrovia, sviluppo contro territorio, infrastrutture contro ambiente. La ferrovia è e sarà la spina dorsale dei grandi flussi. La strada resta indispensabile per economia, logistica, turismo e mobilità quotidiana. Un Cantone moderno non sceglie tra strada e ferrovia: integra i sistemi. Un Cantone ambizioso pianifica infrastrutture come parte della politica territoriale, non come risposta all’emergenza. Non costruire non significa proteggere il territorio. Significa lasciarlo evolvere senza strategia.
Il Ticino non può permettersi altri dieci anni di immobilismo infrastrutturale. Non può rinunciare alla propria competitività per paura di decidere. Le infrastrutture non sono un residuo del passato. Sono la condizione per un territorio moderno, efficiente e attrattivo. Quindi il nostro Cantone oggi più che mai deve farsi sentire a Berna, coeso e compatto, senza più delegare come in passato alcuni funzionari cantonali titubanti nel difendere gli interessi del Ticino.



