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MEDIO ORIENTE

La voce dei più piccoli commuove: «Verrai anche questa volta a farci giocare?»

Bambini e famiglie colpite dalla guerra ricevono assistenza dall’UNICEF, che integra istruzione, protezione e supporto emotivo per affrontare traumi e ansie.
afp
La voce dei più piccoli commuove: «Verrai anche questa volta a farci giocare?»
Bambini e famiglie colpite dalla guerra ricevono assistenza dall’UNICEF, che integra istruzione, protezione e supporto emotivo per affrontare traumi e ansie.

BEIRUT - Hezbollah aveva bisogno di questa guerra e, di conseguenza, l’ha portata in Libano. Specularmente, Benjamin Netanyahu non si è lasciato sfuggire l’occasione di sferrare un ulteriore colpo al più importante attore dell'Asse della resistenza guidato dall'Iran.

Non sono passati molti giorni dall’operazione congiunta israelo-statunitense contro la Repubblica Islamica, scatenata lo scorso 28 febbraio, perché il conflitto si estendesse anche al Libano. E dopo i primi missili lanciati a inizio marzo dal Partito di Dio contro lo Stato ebraico, l’escalation ha subito una rapida accelerazione, fino all’invasione di terra lanciata dall’IDF (le forze di difesa israeliane) in queste ore.

A soffrire sono i bambini
In crisi sul piano interno (per la prima volta nella storia della Repubblica il Consiglio dei ministri libanese ha dichiarato illegali le attività della milizia sciita al di fuori dei confini nazionali) dopo la morte, avvenuta a settembre del 2024, della sua guida Hassan Nasrallah, il Partito di Dio riattiva un’equazione mediorientale ormai consolidata nel tempo: contro l’esercito israeliano che avanza a sud non basta la barriera naturale del fiume Litani. E chi, se non Hezbollah, può sopperire alle mancanze di uno Stato che, per mezzi e risorse, non è in grado di difendere i propri confini?

Ma, tra giochi di potere e calcoli geopolitici, per il momento l’unica certezza è che a soffrire è la popolazione. Le immagini ricordano quanto accaduto a Gaza: un esodo di automobili che si dirige verso un rifugio nella capitale. Ma anche Beirut non è risparmiata dai bombardamenti israeliani. Nei quartieri a sud della città, roccaforte di Hezbollah, i palazzi si sgretolano sotto i raid israeliani.

«Sono oltre un milione le persone che hanno dovuto lasciare la propria abitazione», spiega a Tio.ch Andrea Berther, vice rappresentante dell’UNICEF in Libano. «Molte famiglie nel sud del Paese sono state costrette ad abbandonare le proprie case per cercare rifugio. Alcune hanno affrontato viaggi fino a 20 ore su strade congestionate, con la paura dei bombardamenti».

ImagoLe macerie di un palazzo nel quartiere di Bachoura a Beirut dopo un raid israeliano (18 marzo).

L’escalation del conflitto in Libano
Tra gli sfollati ci sono circa 350mila bambini. «La maggior parte di loro - continua Berther - si trova all’interno delle comunità ospitanti, mentre 132.742 hanno trovato rifugio in 622 alloggi collettivi, per lo più scuole pubbliche».

Migliaia di persone rimangono però bloccate in zone difficili da raggiungere, incapaci di andarsene a causa dei rischi per la sicurezza o del timore di perdere le proprie case e i mezzi di sussistenza. «Bisogna evitare a tutti i costi che si scivoli in un conflitto più profondo o prolungato».

«Tutti i bambini hanno il diritto di vivere senza la minaccia della guerra e della violenza. Molti hanno perso i propri cari e la propria casa; l’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria, all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è stato gravemente compromesso».

Secondo i rapporti del Ministero della Salute Pubblica libanese del 16 marzo, 111 bambini sono stati uccisi e 332 feriti dall’inizio delle ostilità, il 2 marzo. «Al di là dei pericoli fisici, i più piccoli vivono in una costante paura e incertezza, affrontando ripetuti sfollamenti, case distrutte e scuole danneggiate: tutto ciò interrompe la loro istruzione e li priva di stabilità e routine».

ImagoLe tende degli sfollati in Piazza dei Martiri a Beirut.

Un peso psicologico che sta provocando alti livelli di stress
La nuova escalation del conflitto va ad aggravare una situazione precipitata ormai da diversi anni. «Molti bambini stanno vivendo gravi sofferenze psicologiche e traumi, nel tentativo di reggere il peso cumulativo delle crisi già attraversate: la pandemia di COVID-19, l’esplosione del porto di Beirut, la crisi finanziaria, la guerra del 2024 e ora, per la seconda volta, un conflitto su vasta scala. Negli ultimi sei anni, in Libano, l’infanzia si è trasformata in una sequenza ininterrotta di shock e perdite, che rende sempre più difficile sentirsi al sicuro, imparare, giocare o anche solo immaginare il futuro».

Un peso psicologico che sta provocando livelli di stress, ansia e paura in tutta la comunità, in particolare tra i bambini e tra coloro che hanno subito la perdita di familiari, amici e vicini. «La rottura della quotidianità e delle abitudini sta aggravando il senso di insicurezza dei bambini, privandoli di qualsiasi stabilità».

L’UNICEF fornisce servizi essenziali di supporto psicologico per rafforzare sicurezza e stabilità emotiva, sostenere le relazioni sociali e integrare il percorso educativo.

«Stiamo offrendo attività ricreative e supporto psicosociale in oltre 86 centri di accoglienza, oltre ad assistere bambini e caregiver nel ricongiungimento familiare e nella ricerca dei propri cari. A oggi sono stati identificati 11 minori non accompagnati o separati: 10 sono stati ricongiunti alle famiglie o affidati a strutture comunitarie. Poiché nessun singolo intervento può rispondere da solo a bisogni così complessi, l’UNICEF integra le proprie attività tra istruzione, protezione dell’infanzia e programmi per i giovani, per aiutare i bambini a restare al sicuro, continuare ad apprendere e affrontare la crisi».

ImagoL'evacuazione della popolazione dalla periferia sud di Beirut (foto del 5 marzo).

Le testimonianze dei bambini - Oltre ai numeri, che purtroppo vengono aggiornati quotidianamente, sono le storie e le testimonianze a trasmettere la sofferenza dei più piccoli. «Mentre visitavo un centro di accoglienza per sfollati a Beirut, ho incontrato una bambina che mi ha lasciato un ricordo indelebile. Mi ha raccontato che era la seconda volta, in pochi anni, che doveva fuggire da casa per trovare rifugio nei nostri centri. Poi mi ha chiesto: “Verrai anche questa volta a farci giocare?”».

«Le sue parole mi hanno profondamente commosso, perché esprimevano molto più di una semplice richiesta: erano un promemoria di ciò di cui i bambini hanno davvero bisogno nel mezzo di una crisi, un senso di normalità, risate e affetto. Nonostante tutto ciò che aveva sopportato, cercava ancora un legame, la gioia e la possibilità di sentirsi di nuovo bambina. La sua speranza era semplice, ma profondamente umana, e ricordava perché il nostro lavoro, raggiungere i bambini nei rifugi, offrire sostegno psicosociale e creare spazi sicuri, è così urgente. Le storie che ascoltiamo durante le nostre visite alle famiglie sfollate sono strazianti. Eppure, ciò che ci colpisce di più sono i pensieri e le paure che i bambini condividono con noi».

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