keystone-sda.ch / STF (Andy Wong)
Reporter stranieri ostacolati dalle autorità cinesi con la scusa della pandemia, secondo un rapporto (respinto da Pechino).
CINA
01.03.2021 - 18:180

Pandemia usata per bloccare il lavoro dei media stranieri?

Lo afferma un rapporto, ma Pechino ha respinto al mittente le critiche

PECHINO - La Cina ha usato la pandemia del Covid-19, tra sorveglianza e le restrizioni di prevenzione, per bloccare il lavoro dei reporter stranieri in aggiunta alle già note pressioni di detenzione e di restrizioni sui visti.

È il quadro del rapporto annuale sulla libertà dei media stranieri curato dal Club dei corrispondenti esteri in Cina (FCCC), secondo cui per il terzo anno di fila nessun partecipante al sondaggio ha citato scenari migliorati.

Il rapporto ("Track, Trace, Expel: Reporting on China Amid a Pandemic") rimarca, in merito alla capacità di aver tenuto sotto controllo la crisi coronavirus dopo le difficoltà iniziali, che Pechino ha promosso una narrativa di eroismo e di successo anche a gennaio 2020. «Mentre la macchina della propaganda ha lottato per riprendere il controllo della narrativa sul disastro di salute pubblica, i mezzi di stampa stranieri sono stati frenati ripetutamente nei loro tentativi di copertura», si legge nel rapporto, stilato sulle risposte di 150 dei 220 iscritti.

«La Cina ha usato la crisi come un altro modo per controllare i giornalisti»: le misure anti Covid-19 sono state regolarmente uno strumento per bloccare o minacciare, mentre il 42% del panel ha segnalato di essere stato costretto a lasciare un'area o si è visto negare l'accesso per motivi di salute e sicurezza.

Il Club ha rimarcato anche la richiesta di seguire misure non erano previste per altre categorie di stranieri, come il tracciamento dei contatti tale da creare «altre opportunità per le autorità cinesi di avere dati e di sorvegliare i giornalisti stranieri e le loro fonti». Il personale medico di Wuhan, città dove il virus è emerso per la prima volta, è stato interrogato dalle autorità o avvertito di non accettare interviste.

Con il peggioramento delle relazioni tra Cina e diversi Paesi occidentali, il 2020 ha registrato «la più grande espulsione di giornalisti stranieri dall'indomani dei fatti tragici di piazza Tienanmen più di 30 anni fa», nota il rapporto. Nella seconda metà del 2020 i reporter stranieri sono diventati «pedine in uno scontro diplomatico» quando gli agenti della sicurezza statale hanno detto a due corrispondenti di media australiani che gli era stato impedito di lasciare il Paese. Da settembre, le autorità hanno smesso di rilasciare nuovi accrediti stampa ai corrispondenti delle testate Usa a causa del peggioramento delle relazioni tra i due Paesi.

Pechino respinge le accuse - La Cina ha respinto le critiche del rapporto, definito «presuntuoso, allarmista e senza alcuna base fattuale». Il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin ha affermato che Pechino ha «sempre accolto media e giornalisti di tutti i Paesi per realizzare interviste e reportage in Cina, in conformità con le leggi e i regolamenti. Ci opponiamo al pregiudizio ideologico che prende di mira la Cina, all'intreccio di notizie false con il pretesto della cosiddetta libertà dei media e a comportamenti che violano l'etica giornalistica».

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