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Dal MondoIraq: Bush denuncia Iran, vede segnali futuro speranza

13.03.06 - 21:50
Dal Mondo
13.03.06 - 21:50
Iraq: Bush denuncia Iran, vede segnali futuro speranza

WASHINGTON - Un attacco all'Iran, che foraggia l'insurrezione irachena con ordigni esplosivi, e un'attestazione di ottimismo perchè ci sono "segnali di un futuro di speranza". Con accenti bellicosi, stemperati da una visione positiva, il presidente Usa George W. Bush ha oggi lanciato l'annunciata offensiva retorica per convincere l'opinione pubblica americana che le cose in Iraq vanno nella direzione giusta e che la campagna non è stata "una debacle", come afferma l'opposizione democratica.

Più che un toccasana per l'Iraq, i discorsi di Bush - tre, questa settimana - vogliono essere un cerotto sull'immagine del presidente, ai minimi di popolarità del suo mandato, anche a causa dell'andamento del conflitto in Iraq, che gli americani sono convinti stia per sfociare in una guerra civile. Parlando alla George Washington University di Washington, nell'imminenza del terzo anniversario dell'invasione, decisa contro la legalità internazionale, Bush promette fermezza e freddezza, perchè - dice - combattere il terrorismo e battersi per l'espansione della democrazia è "la missione della mia Amministrazione" e perchè "non perderemo determinazione".

Il presidente vede "segnali di autocontrollo e di un futuro di speranza" in quanto è accaduto e sta accadendo in Iraq, dopo l'attentato del 22 febbraio contro un santuario sciita nella città sunnita di Samarra, nonostante le centinaia, forse migliaia, di vittime dell'ondata di violenza, mentre leader politici e religiosi non si sono ancora messi d'accordo, a tre mesi pieni dalle elezioni politiche del 15 dicembre, sulla formazione d'un governo d'unità. Dagli iracheni, l'Amministrazione repubblicana si aspetta disponibilità al compromesso; dagli americani "pazienza" nonostante le quasi 3.600 perdite della guerra al terrorismo ne abbiano già consumata molta.

Bush ammette che la situazione "resta tesa", ma ribadisce che le unità americane lasceranno l'Iraq quando le forze di polizia e militari irachene saranno pronte a garantire la sicurezza del Paese, sottolineando, con dovizia d'esempi, i progressi recentemente realizzati (ma ci sono pure riferimenti ad episodi d'inefficienza o, addirittura, di connivenza). E il presidente offre tutta un'antologia di frasi fatte della sua retorica bellica: "Vinceremo", "Completeremo la missione", decideremo il ritiro del contingente sulla base delle indicazioni dei comandanti sul terreno (non sulla scorta di artificiosi calendari politici).

Ma Bush non s'accontenta di giocare sulla difensiva, rinfrescando la sua Strategia per la Vittoria in tre fasi (politica, economica, militare) enunciata lo scorso novembre: va all'attacco e accusa l'Iran di essere dietro la produzione di componenti degli ordigni esplosivi improvvisati che costituiscono l'arma più letale degli insorti in Iraq contro i militari americani.

Citando lo 'zar' dell'intelligence John Negroponte, il presidente dice che l'Iran è responsabile "almeno in parte" dell'aumentata letalità degli attacchi anti-americani: "le forze della coalizione hanno catturato ordigni e componenti di essi che erano chiaramente prodotti in Iran". Il problema degli ordigni preoccupa da mesi il Pentagono - ad ascoltare Bush c'era, fra gli altri, il segretario alla difesa Donald Rumsfeld -: sabato, la task force che ci sta lavorando è stata chiamata a fare rapporto alla Casa Bianca.

L'accusa all'Iran lascia irrisolto qualche interrogativo: gli ordigni sono utilizzati soprattutto dai ribelli sunniti, mentre Teheran dovrebbe piuttosto foraggiare le milizie sciite. Ma è anche possibile che, in funzione anti-americana, l'Iran superi il fossato delle divisioni settarie. Bush, che è impegnato in un braccio di ferro con Teheran sui programmi nucleari a finalità militari degli ayatollah, afferma che "l'America continuerà a sollecitare il mondo a essere unito per affrontare le minacce che vengono dall'Iran". L'affermazione gli vale uno dei rari applausi del suo discorso, di fronte a una platea fredda e alla George Washington University di Washington. Nei prossimi giorni, si replica, con accenti sulla politica e l'economia.

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