«Così si rischia di mancare l'obiettivo»

Il Consiglio di Stato scrive a Martin Pfister, direttore del DDPS, sollevando dubbi e osservazioni sulla strategia di politica di sicurezza 2026 in consultazione
Il Consiglio di Stato scrive a Martin Pfister, direttore del DDPS, sollevando dubbi e osservazioni sulla strategia di politica di sicurezza 2026 in consultazione
BELLINZONA / BERNA - «La Strategia di politica di sicurezza della Svizzera 2026 è un documento ambizioso e necessario. Tuttavia rischia di mancare il suo obiettivo se non riconosce pienamente il ruolo dei Cantoni e se non tiene conto delle attuali realtà sociali, criminali e transfrontaliere». Insomma: bene ma non in questo modo, viene da dire nel leggere la lunga lettera che il Consiglio di Stato ha inviato al consigliere federale Martin Pfister in merito alla strategia messa in consultazione da Berna lo scorso dicembre.
I dubbi e le critiche sollevate sono parecchie, come dimostrano le dieci pagine "di tempo" che il governo ticinese si è preso per articolare la sua risposta. A partire dal formato scelto — ovvero quello di "strategia quadro" — che non convince in quanto «rende difficile elaborare una presa di posizione più sostanziale elencate», in particolare quelle che riguardando direttamente la polizia cantonale e la protezione della popolazione. In altre parole, è un documento considerato troppo generico e troppo poco operativo.
Segreteria di Stato della politica di sicurezza (SEPOS)La panoramica degli elementi della strategia in materia di politica di sicurezza«Affinché la strategia non si limiti prevalentemente a basi legali, rapporti e disposizioni organizzative, è necessario indicare in modo comprensibile i contributi concreti all’attuazione e le misure di tutti gli attori coinvolti, nonché le risorse necessarie, gli strumenti di gestione, la pianificazione temporale e le modalità previste per la verifica del raggiungimento degli obiettivi», scrive il Consiglio di Stato, mettendo in evidenza come l'assenza di un «calendario vincolante» renda difficile stabilire le priorità e misurare i progressi realizzati. E «senza obiettivi intermedi misurabili e priorità chiare, è difficile capire come l’intenzione formulata possa tradursi in progressi concreti».
«L'invisibilità» del ruolo dei Cantoni
Vi è poi, sempre dal punto di vista strutturale, un altro grande assente: il ruolo dei Cantoni. Il governo parla esplicitamente di «invisibilità» che «trasmette un'immagine imprecisa dell’adempimento dei compiti e della ripartizione costituzionale delle competenze nel settore della sicurezza interna, nel quale i Cantoni continuano a disporre di importanti competenze» e chiede un riconoscimento esplicito del ruolo dei Cantoni «come attori strategici della sicurezza interna e non soltanto come esecutori».
Come detto, non mancano però i dubbi sui contenuti. Tra le vulnerabilità del nostro Paese, uno dei punti su cui la strategia pone il focus è quello della geografia che «si concentra sulla posizione della Svizzera come nodo europeo per i flussi di energia, finanza e dati. Sebbene questa dimensione sia importante, nell’analisi sembrano mancare aspetti di sicurezza interna in senso più stretto. A causa della sua posizione geografica e delle sue dimensioni, la Svizzera — e in particolare i cantoni di confine — è particolarmente vulnerabile a diverse forme di criminalità transfrontaliera», come il traffico di droga, i furti con scasso e gli attacchi ai bancomat. E «questi fenomeni richiedono una cooperazione di polizia transfrontaliera rafforzata e strumenti adeguati, che dovrebbero essere menzionati esplicitamente nella strategia».
Tante lacune
Nel complesso, la strategia così come pensata da Berna appare fuori fuoco rispetto agli obiettivi operativi. «Si concentra principalmente su minacce militari o ibride» e «questo orientamento, certamente comprensibile alla luce del deterioramento della situazione internazionale della sicurezza, conduce tuttavia a una rappresentazione in parte non corretta della realtà per quanto riguarda la ripartizione dei compiti».
Tra le insufficienze che il governo porta all'attenzione del direttore del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport, ci sono poi quelle relative alle risorse umane — «Nel confronto europeo, la Svizzera dispone di un numero significativamente inferiore di agenti di polizia pro capite» —; allo scambio di dati e alla sicurezza dello spazio digitale. Su quest'ultimo punto, in particolare, «manca un’analisi sistematica delle vulnerabilità che ne derivano per la sicurezza interna».
Una campagna "social" che fa storcere il naso
Vi è poi un ultimo "cortocircuito" rilevato dal Consiglio di Stato. E riguarda la campagna di comunicazione avviata dal DDPS e dalla Segreteria di Stato della politica di sicurezza (SEPOS) sui social network all'apertura della procedura di consultazione.
«Il tono delle pubblicazioni infatti non lasciava in gran parte intendere che si trattasse di un progetto di strategia destinato a evolversi ulteriormente in funzione dei risultati della consultazione, ma dava piuttosto l’impressione che si trattasse di un documento già finalizzato» si legge. «A titolo di esempio si può citare la pubblicazione su LinkedIn "Strategia di politica di sicurezza della Svizzera 2026 – spiegata in breve" di metà gennaio 2026, nella quale vengono presentati gli elementi principali della strategia senza che venga menzionato nemmeno una volta che si tratta di un progetto o che è in corso una procedura di consultazione. Questo modo di procedere solleva dubbi sul grado in cui verranno prese in considerazione eventuali osservazioni che richiedano una revisione del progetto, se questo ha già ricevuto una così ampia promozione presso il pubblico».




