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BELLINZONA
11.12.2013 - 11:480
Aggiornamento : 24.11.2014 - 02:19

Dramma di Arlind, e i politici cosa fanno?

Dopo la manifestazione in piazza, gli esponenti dei principali partiti ticinesi si espongono sul caso del 17enne kosovaro che entro pochi giorni dovrà lasciare la Svizzera

BELLINZONA – La sabbia nella clessidra sta finendo per Arlind Lokaj, il 17enne di origini kosovare che entro il 15 dicembre deve lasciare la Svizzera e, di conseguenza, abbandonare sua madre. Ieri, a Bellinzona, decine di giovani hanno manifestato contro la sua partenza, chiedendo alle autorità di rivedere il caso. Una marcia senza precedenti per la Svizzera italiana, che solleva diversi interrogativi. Che valore attribuire a una simile mobilitazione di giovani? Davvero gli organi competenti non possono fare nulla per raccogliere il loro appello? Il destino di Arlind non può essere cambiato? E perché i politici ticinesi non si espongono su una questione che, ormai, ha assunto proporzioni cantonali? Finora, a parte il socialista Francesco Cavalli, nessuno ha battuto ciglio. Ora, sollecitati da Ticinonline, quattro consiglieri nazionali ticinesi esprimono la loro opinione sulla storia di Arlind: Marina Carobbio (PS), Lorenzo Quadri (Lega), Marco Romano (PPD) e Fabio Abate (PLR).

Eccessivo formalismo - A rompere il ghiaccio è Marina Carobbio. Che applaude, innanzitutto, l’impegno dei giovani scesi in piazza a Bellinzona. “È un segnale importante per la nostra società. Soprattutto perché l’iniziativa parte proprio dai ragazzi stessi. Personalmente ritengo che nel caso di Arlind ci sarebbero i margini affinché le autorità possano farlo rimanere in Svizzera. Io gli incarti non li ho visti, però in determinate situazioni dovrebbero prevalere il buonsenso e i valori umanitari, anziché l’eccessivo formalismo. Purtroppo siamo confrontati sempre più con casi di questo tipo, a seguito di determinate scelte politiche a livello federale”.    

Lacune legislative - Lorenzo Quadri, invece, la pensa diversamente. “Se tutti i gradi di giudizio hanno ritenuto che il ragazzo debba partire, un motivo ci sarà. Trovo positivo che diversi giovani si siano mobilitati. Capisco l’emotività legata al rapporto di amicizia, certo, ma mi chiedo se siano questi i temi prioritari per scendere in piazza”. E aggiunge: “È strano, in Svizzera non c’è una tendenza ai rimpatri facili. Eppure, questo ragazzo deve partire. Qualcosa non quadra. Da tempo sostengo che in Svizzera ci sono lacune a livello legislativo su simili questioni. In Svizzera ci sono persone che non dovrebbero potere restare qui. Poi magari, al contrario, un ragazzo come Arlind se lo meriterebbe. Insomma, le norme sugli stranieri vanno rivalutate e riviste”.  

Colpa dei genitori - Marco Romano, dal canto suo, se la prende con i genitori di Arlind. “Sono degli irresponsabili. E ora il ragazzo rischia di pagare per le loro leggerezze. Purtroppo molti genitori stranieri commettono errori simili. Spero che le autorità valutino ancora una volta fino in fondo il caso di Arlind. Anche se riconosco che c’è il rischio di creare un precedente”. Romano spezza, comunque, una lancia per chi ha partecipato al corteo bellinzonese. “Si dice sempre che i giovani di oggi siano individualisti, invece questi ragazzi ci hanno dato una lezione di solidarietà”. 

Procedure lunghe - Fabio Abate, infine, pone l’accento su un altro aspetto determinante della vicenda di Arlind. “Il problema è che certe procedure sono davvero lunghe. Ci sono voluti tre anni per mandare a questo ragazzo la lettera in cui gli si comunicava che deve lasciare la Svizzera. E in tre anni una persona volenterosa si integra. La legalità va preservata, ne sono convinto. Ma bisogna avere anche buonsenso nelle decisioni. Il corteo di Bellinzona ci mostra, inoltre, un dato incoraggiante. A Palazzo Federale c’è chi teme che i giovani svizzeri siano scettici sul concetto di integrazione. Il caso di Arlind ci fa capire che non è così. Quando subentrano valori importanti come l’amicizia, certe paure svaniscono”.     
 

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