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Rintronati o in ritardo al lavoro per "colpa" dei Mondiali: «Grande occasione per crescere»

L'allenatore Murat Yakin recentemente ha chiesto clemenza in ambito professionale verso chi sostiene la Nazionale anche di notte. Jessica Buzzolini, psicologa: «Ma la flessibilità dovrebbe esserci sempre».
Rintronati o in ritardo al lavoro per "colpa" dei Mondiali: «Grande occasione per crescere»
Jessica Buzzolini
Rintronati o in ritardo al lavoro per "colpa" dei Mondiali: «Grande occasione per crescere»
L'allenatore Murat Yakin recentemente ha chiesto clemenza in ambito professionale verso chi sostiene la Nazionale anche di notte. Jessica Buzzolini, psicologa: «Ma la flessibilità dovrebbe esserci sempre».

BELLINZONA - Tra sbadigli e magari un filo di imbarazzo sempre più persone in queste settimane arrivano rintronate o in ritardo al lavoro. "Colpa", oltre del caldo, delle notti magiche che ci sta facendo vivere la nostra Nazionale di calcio. Proprio di recente l'allenatore della Svizzera Murat Yakin aveva chiesto clemenza ai datori di lavoro nei confronti dei dipendenti. «Ma questa – spiega Jessica Buzzolini, psicologa molto attenta alle dinamiche relazionali e alla salute in ambito professionale – è una grandissima opportunità per crescere. Il Mondiale di calcio è un pretesto che ci offre tanti altri spunti».

Ecco. Partiamo da qui. Quali spunti?
«La flessibilità non dovrebbe esserci solo per un Mondiale di calcio. Ma anche per altre situazioni. Ad esempio quando si ha un figlio o una figlia con l’influenza oppure quando ci si sveglia con un forte mal di testa, semplicemente. Spesso i datori e le datrici di lavoro vedono la flessibilità come una concessione. Non come un investimento. È una questione di fiducia reciproca».

Stiamo parlando di una nuova visione del mondo del lavoro?
«In realtà ci sono luoghi in cui si è molto più avanti rispetto a noi. Il concetto delle otto ore lavorative quotidiane non è più l’unico riferimento possibile. Anche perché magari un collaboratore è veloce e ci mette molto meno rispetto a un collega a eseguire i suoi compiti. Forse sarebbe veramente ora di iniziare a ragionare nell'ottica di obiettivi, di scadenze».

E come?
«Responsabilizzando collaboratori e collaboratrici. Tradotto: si chiariscono obiettivi, priorità e scadenze, lasciando però alla persona un margine di autonomia responsabile sul modo di raggiungerli. Il lavoro ovviamente deve essere svolto bene ed entro i termini richiesti».

In che modo l'appello di Murat Yakin si integra in questo discorso?
«Il Mondiale di calcio della Svizzera sta generando unione, senso di comunità, emozioni. Tutte cose belle che gratificano la persona. Non siamo solo lavoratori e lavoratrici. Siamo anche persone che hanno affetti, amici, passioni. Tutto quanto facciamo di bello nel tempo libero ci nutre e si ripercuote positivamente anche sul rendimento al lavoro. La persona va vista nella sua globalità, altrimenti avremo sempre più persone infelici nel mondo professionale».

Lei è d'accordo con Yakin insomma?
«Sì. Siamo bombardati da notizie tristi. In queste settimane, invece, stiamo vivendo qualcosa di positivo, una sana euforia. In un’occasione eccezionale, non vedo un grande problema se qualcuno arriva al lavoro un po’ più tardi o un po' più stanco del solito. Non si vive solo di lavoro. E poi è anche un'occasione per non vergognarci delle nostre fragilità».

In che senso?
«Non c'è nulla di male ad ammettere di essere stanchi o di non avere sentito la sveglia. I modi per rimediare ci sono. Oggi magari si è meno efficienti, ma domani si potrà lavorare meglio, con più motivazione e lucidità».

Anche qui subentra il concetto di fiducia.
«Se il collaboratore o la collaboratrice sente la fiducia del proprio responsabile, anche in queste circostanze, generalmente si sente capito e il rendimento cresce, insieme alla soddisfazione».

Non siamo però di fronte a una società troppo esigente per ipotizzare una svolta simile?
«Il mondo del lavoro deve capire che i risultati si possono ottenere anche e soprattutto attraverso la fiducia reciproca. A volte le figure dirigenziali vogliono tenere tutto sotto controllo. Basti pensare alla diffidenza di alcuni verso il telelavoro: c'è chi non si fida e pensa che collaboratori e collaboratrici ne approfittino. Ma che senso ha questa sfiducia? Siamo nel 2026. È davvero il momento di fare un passo in avanti. E questo Mondiale, all'apparenza frivolo, può aiutarci a riflettere su come migliorarci come società, oltre che a vivere un piccolo, grande momento di magia».

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