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CANTONE
25.02.2021 - 08:040
Aggiornamento : 11:18

I 366 giorni di coronavirus del dottor Christian Garzoni

Il direttore sanitario della Clinica Luganese di Moncucco ricorda il 25 febbraio di un anno fa e il primo paziente Covid

Il giorno più brutto: «Ero di guardia per la notte e fuori dalla Clinica c’era la fila delle ambulanze dei militari che scaricavano un paziente dietro l'altro in pronto soccorso. Lì mi sono detto “speriamo di farcela”».

LUGANO - «È stato come trovarsi su una spiaggia e guardare il mare calmo, con la consapevolezza interiore che a breve arriverà un’onda di tsunami alta trenta metri». È con queste parole che il dottor Christian Garzoni descrive le sensazioni che provava esattamente un anno fa. Il 25 febbraio 2020 era il martedì delle vacanze di Carnevale e lui si trovava con la famiglia sulle piste di Splügen. Erano partiti dal Ticino il giorno prima, dopo la riunione con la Cellula di crisi. La Clinica Moncucco era pronta. Mentre era a slittare con i bambini, ha ricevuto la telefonata del collega, il dottor Pietro Antonini: «Il paziente in isolamento con il sospetto Covid-19 è risultato positivo». Dopo un breve scambio con il medico cantonale e il direttore della Clinica, il dottor Garzoni ha caricato le slitte in auto, ha fatto in fretta le valigie ed è ripartito. Vacanze finite. La moglie lo ha lasciato direttamente a Bellinzona, per la conferenza stampa. 

«Era solo una questione di tempo. I protocolli erano pronti, sapevamo come agire, in piena sicurezza», dirà dalla sala stampa di Palazzo delle Orsoline, nella prima apparizione accanto a Giorgio Merlani, Raffaele De Rosa e Paolo Bianchi. Lo tsunami era arrivato. Lui lo attendeva da qualche giorno, in particolare da venerdì. Era da poco passata la mezzanotte quando Codogno annunciava il primo paziente ricoverato con il coronavirus. Alle 13 del 21 febbraio i contagiati erano 6, tutti nel Logidiano. Due ore più tardi a Codogno il sindaco aveva deciso di chiudere bar, scuole e locali. Poco più di 24 ore dopo il paese veniva "cinturato" insieme ad altri nove. «Averli a Codogno per me significava averli in casa e non saperlo. I sentimenti di quel martedì sono stati di conferma. Purtroppo le paure e la preoccupazione si erano avverate. L’onda stava per raggiungere la spiaggia», ricorda oggi il dottor Garzoni. Altro che Wuhan.

A partire da quella conferenza stampa ci siamo abituati a vederlo sempre più spesso, tanto che è stato definito “il volto ticinese della pandemia”. «Ho sempre cercato di dire la verità in modo comprensibile anche ai non specialisti, condividendo anche le molte incertezze - spiega -. L’incertezza era grande e volevo aiutare le persone a capire la situazione, anche quando i temi erano difficili. Alcuni hanno pensato che facessi solo “l’uomo immagine” e mi dispiace, perché ho sempre continuato a lavorare come medico e le interviste le facevo parallelamente, cercando un micro-ritaglio di tempo tra i mille impegni». Tornando indietro, lo rifarebbe. «Sono convinto che una battaglia di questo tipo si vince solo con la popolazione che rema tutta dalla stessa parte. Volevo motivare tutti a capire che abbiamo un problema e come affrontarlo dal punto di vista medico, ma se combattiamo tutti insieme e restiamo uniti contro il nemico comune ce la facciamo».

Il dottor Garzoni è sposato e ha tre bambini. Come hanno vissuto loro tutta questa situazione? «All’inizio erano molto preoccupati - ammette -. Perché lo percepivano in noi adulti. E spesso i bimbi sono quelli che fanno le domande giuste... Io, però, ho sempre cercato di rassicurarli». C’è un aneddoto in particolare che il direttore sanitario di Moncucco ricorda con il sorriso: «Le FFS mi avevano chiesto di fare da testimonial per le mascherine sui treni, che lì non erano ancora obbligatorie. Ho prestato il mio volto nella convinzione che sarebbe stato utile a motivare a ritornare a usare i mezzi pubblici e a un uso generalizzato delle mascherine, convinto che avrebbero realizzato dei piccoli flyer da mettere nei vagoni. Una sera sono tornato a casa dal lavoro e mio figlio mi ha detto “papà, hanno riempito tutta la città con la tua faccia"». 

Ma quest’anno i momenti bui non sono mancati, anzi. E il dottor Garzoni si intristisce nel ricordare il giorno più brutto. «Ero di guardia per la notte durante la prima ondata e fuori dalla Clinica c’era la fila delle ambulanze dei militari che scaricavano un paziente dietro l'altro in pronto soccorso. Lì mi sono detto “speriamo di farcela”». Nei 365 giorni che sono trascorsi, sono stati tanti i momenti difficili, in particolare legati alla «sofferenza umana dei malati, delle loro famiglie e la loro solitudine». Ma «ho sempre cercato di trasmettere verità dei fatti e serenità - aggiunge -, di rassicurare i contagiati nella presa a carico e aiutarli con i mezzi a mia disposizione».

Qual è il bilancio, quindi, a un anno di distanza? «Penso che tutti abbiano fatto la loro parte e quello che era umanamente possibile fare. Certo, il problema resta ed è grosso». In questo momento il dottor Garzoni è «molto più positivo» rispetto a qualche mese fa, perché «il vaccino è la vera luce in fondo al tunnel e dobbiamo spingere a tutto gas per uscirne». Sarà ancora lunga, ma la via d’uscita c’è. «Tutti insieme ce la faremo - conclude -. Dobbiamo evitare divisioni e contrapposizioni nella società e andare tutti nella stessa direzione. Ne verremo fuori».


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