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16.01.2019 - 07:000
Aggiornamento : 11:00

E ora Salvini verrà a caccia anche in Svizzera?

Alvaro Baragiola, ex brigatista, per la Confederazione è un uomo libero. Per l’Italia è uno dei tanti latitanti sparsi per il mondo. L’analisi dell’ex procuratore pubblico Paolo Bernasconi

LUGANO – «Li andremo a prendere uno per uno». È la promessa fatta da Matteo Salvini, ministro dell’interno italiano, dopo l’arresto, in Bolivia, del latitante Cesare Battisti, ricercato da decenni per una lunga serie di crimini legati agli anni di piombo. Il riferimento è alle tante primule rosse italiane nascoste in ogni angolo del pianeta. Parole che riecheggiano anche in Ticino, luogo in cui trovò rifugio l’ex brigatista Alvaro Lojacono Baragiola, oggi residente a Friborgo, dove lavora in ambito accademico. «Ma Salvini – evidenzia Paolo Bernasconi, procuratore pubblico ticinese dal 1969 al 1985 – si dovrebbe rendere conto che gli arresti li fa la polizia e non lui. E la polizia rispetta le leggi. La legge svizzera dice che i cittadini rossocrociati non possono essere estradati».

Sulla breccia negli anni di piombo – La vicenda di Lojacono Baragiola è ben nota a Paolo Bernasconi, sulla breccia durante gli anni di piombo della vicina Italia. Un periodo storico in cui si verificò una catena impressionante di atti terroristici e di violenze in piazza. «Il Ticino – spiega – è stato un luogo in cui, in quegli anni, hanno trovato rifugio criminali di ogni sorta. E pensare che io, personalmente, sono sempre stato per l’estradizione di questi personaggi. Tenerli da noi significava processarli, con costi non indifferenti, mantenerli in carcere, col rischio poi magari che qualcuno ci facesse un attentato per venirseli a riprendere».   

Salvato dal doppio passaporto – Il caso di Lojacono Baragiola, tuttavia, è diverso. «Perché aveva sfruttato il passaporto rossocrociato e il cognome della madre (Baragiola) per trarsi in salvo. Godeva e gode tuttora dei benefici di entrambi i passaporti. Italiano e svizzero». Alvaro Lojacono Baragiola in Italia era stato condannato a 16 anni per l’omicidio dello studente greco Miki Mantakas nel 1975. Non solo. I giudici lo avevano ritenuto tra i responsabili del rapimento di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, poi ucciso nel 1978. Da qui, la sentenza di ergastolo in Italia. E la sua fuga.

Un’esistenza tormentata – In Svizzera Lojacono Baragiola non ha comunque condotto un’esistenza serena. Nel 1988 venne arrestato in Ticino e condannato per l’omicidio del giudice Girolamo Tartaglione, risalente a 10 anni prima, e per una rapina a mano armata. Il suo avvocato era John Noseda. Pena: 17 anni di carcere. «Niente estradizione in Italia però», ribadisce Bernasconi.

Filone Moro mai trattato dalla Svizzera – E così non vi fu nemmeno modo di mettere in atto l’ergastolo proclamato in Italia per il sequestro di Moro. Il procedimento su quel caso viene archiviato dalle autorità elvetiche. «Il filone Moro non è mai stato trattato dalla Svizzera», ricorda Bernasconi. E questo perché, documenti alla mano, l’Italia, non chiese mai alla Svizzera di rifare il processo a Lojacono Baragiola in merito a quella vicenda.   

Nuovo arresto in spiaggia – Si torna a parlare di Lojacono Baragiola a giugno del 2000. L’ex brigatista rosso venne arrestato su una spiaggia della Corsica. Il mandato arrivava dalla magistratura italiana. Il diritto francese, tuttavia, non riconosce la condanna in contumacia. Così, anche in quell’occasione, Lojacono viene scarcerato ed evita l’estradizione in Italia.

Ora lavora per l’università – Alvaro Baragiola torna quindi a vivere “tranquillamente” nella Confederazione. Oggi collabora con il Dipartimento di economia dell’Università di Friborgo. Ha il ruolo di specialista sui temi della sicurezza e dei conflitti. Per la Svizzera è un uomo che non ha più debiti con la giustizia. Per l’Italia, invece, è ancora una delle tante primule rosse in fuga.

Uno scenario inverosimile – «È inverosimile pensare che, dopo il caso Battisti, Lojacono Baragiola venga riportato in Italia – conclude Bernasconi –. La legge svizzera è chiara. E Salvini può dire ciò che vuole. Tra l’altro mi chiedo come possa augurare a delle persone di marcire nelle carceri italiane. Il carcere serve per la rieducazione. Salvini parla contro le leggi del suo stesso Paese». 

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