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BERNA

Colf abusata per anni dal ricco saudita: una giustizia parziale

Il salario le permetteva di sostenere la famiglia nelle Filippine e garantire un futuro ai figli. Ma il costo umano è stato enorme.
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Colf abusata per anni dal ricco saudita: una giustizia parziale
Il salario le permetteva di sostenere la famiglia nelle Filippine e garantire un futuro ai figli. Ma il costo umano è stato enorme.

GSTAAD - Per oltre undici anni (dal 2008 al 2019) una collaboratrice domestica filippina ha lavorato in uno chalet di lusso nei pressi di Gstaad (BE), alle dipendenze di un ricco cittadino saudita.

Insieme al fratello, anch’egli impiegato nello stesso nucleo familiare, ha vissuto in condizioni di forte dipendenza economica e giuridica. Il loro salario permetteva di sostenere la famiglia nelle Filippine e garantire un futuro ai figli della donna, ma il costo umano - riporta oggi la NZZ - è stato enorme.

Un permesso speciale - I due erano formalmente assunti con un permesso speciale rilasciato dalla Segreteria di Stato della migrazione (SEM), una deroga eccezionale normalmente riservata al personale domestico dei diplomatici. In questo caso, però, il datore di lavoro non aveva alcun ruolo ufficiale: era semplicemente molto ricco. Il permesso di soggiorno dei fratelli era vincolato esclusivamente a quell’impiego, senza controlli sulle condizioni di lavoro.

Disponibile in ogni modo - Secondo quanto accertato in tribunale, la donna era costretta a essere disponibile giorno e notte. Oltre alle mansioni domestiche, il datore di lavoro le imponeva prestazioni sessuali: la coinvolgeva regolarmente nei rapporti con la moglie. Ad esempio, doveva infliggere frustate alla consorte del suo capo, portare frutta e dildo, penetrare la donna con le dita o con sex toys, soddisfare manualmente l’uomo. Lo stesso accadeva durante i rapporti con una prostituta che il saudita invitava regolarmente. Inoltre, il superiore le avrebbe chiesto tre volte di masturbarlo mentre lei lo lavava sotto la doccia.

La donna non si è mai opposta, temendo di perdere il lavoro e il permesso di soggiorno, come già accaduto a una precedente collaboratrice domestica.

Paura di perdere il lavoro e il permesso - Nel 2016 il fratello ha protestato per detrazioni salariali ritenute ingiustificate ed è stato licenziato immediatamente. L’anno successivo il suo permesso non è stato rinnovato. Solo grazie all’aiuto di un’avvocata, nel 2019, entrambi sono riusciti a uscire dal rapporto di lavoro. La donna è stata accolta in una casa protetta e ha ottenuto un permesso regolare. La giustizia ha quindi avviato un procedimento penale contro il datore di lavoro.

Una giustizia parziale - Mercoledì scorso il Tribunale regionale dell’Oberland bernese ha riconosciuto l’uomo colpevole di sfruttamento di una situazione di bisogno, condannandolo a 16 mesi di pena detentiva sospesa e al pagamento di 10.000 franchi di risarcimento.

Il Tribunale ha potuto valutare solo gli atti avvenuti dopo il 2015. Lo sfruttamento di una situazione di bisogno, a differenza della coercizione sessuale, cade in prescrizione dopo dieci anni. In concreto, sono quindi punibili solo gli atti sessuali con la prostituta tra il 2015 e il 2019. La moglie si era infatti separata dall’uomo nel 2015 e aveva lasciato l’abitazione. Anche gli episodi sotto la doccia sarebbero avvenuti presumibilmente nel 2015 e non sono stati presi in considerazione.

Con il nuovo diritto penale, in vigore da luglio 2024, la situazione sarebbe stata diversa. Ma il caso è stato giudicato secondo il vecchio diritto.

Parallelamente, il Tribunale federale ha stabilito che la prassi della SEM di concedere permessi a collaboratori domestici di non diplomatici è illegale. Tuttavia, il ricorso del fratello è stato respinto: la Corte ha ritenuto proporzionata la sua espulsione e non ha riconosciuto un caso di rigore.

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