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MUSICARap, alti carati e un po' di sana provocazione: è l’avvento di GVESVS

16.12.21 - 16:00
Guè non tradisce. Alla sua settima fatica, il rapper stacca l'autotune e viaggia a ruota libera. La nostra recensione.
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Rap, alti carati e un po' di sana provocazione: è l’avvento di GVESVS
Guè non tradisce. Alla sua settima fatica, il rapper stacca l'autotune e viaggia a ruota libera. La nostra recensione.

Prima Marracash, ora Guè. L’annata 2021 del rap “made in Italy” si consegna alla storia nel segno della “Santeria” milanese; là dove il profano prevale sempre e comunque sul sacro. Il titolo; la corona dorata irta di spine sulla copertina; e mettiamoci pure la simbologia del numero sette (è il suo settimo album solista, ndr.): la provocazione di “GVESVS” è bella e apparecchiata ancor prima di premere play, per la gioia di chi non vedeva l’ora di sparare sul Guercio senza prendersi la briga di mirare. Colpi andati a vuoto.

Guè è sempre Guè, anche se ha ufficialmente mollato quel nomignolo che lo ha accompagnato per tutta una vita. Più questione burocratica che svolta artistica. Qualcuno però glielo ha chiesto: «È diventato grande?»; la carta d’identità dice che gli anni sono 40 (e, spiegone per chi non ha colto il riferimento, diventeranno 41 il giorno di Natale, ndr.). Perentoria la sua risposta (al Corriere della Sera): «Alla fine è solo una scritta». Punto e a capo. Ora possiamo parlare finalmente di musica? 

In primis, un appunto: in Italia solo Guè poteva tirare fuori dal cilindro un disco come “GVESVS”. L’ex Club Dogo scollega l’autotune, spegne il GPS e guida a ruota libera, in un avanti e indietro tra i meandri della sua personale antologia, senza stare a preoccuparsi né della destinazione né di ciò che reclama spazio nel suo specchietto retrovisore. Si gode il viaggio. La tavolozza con cui colora le strofe è imbrattata di pigmenti più opachi e scuri rispetto a quelli a cui ci ha abituato nel recente passato, ma il tratto è sempre quello. Una pennellata fatta di libere associazioni acuminate, concetti telegrafici e brevilinei e quelle commistioni a più lingue che sono i mattoncini con cui ha edificato i suoi diorami sin dai tempi delle Sacre Scuole.

E cos’è “GVESVS” se non un diorama della lunga carriera del rapper italiano? Un disco che veste atmosfere classiche in filati di moderna e lussuosa sartoria, da rievocare in ordine sparso, come esige l’era delle playlist. Se Marra con “Noi, Loro e gli Altri” ha tracciato un percorso scandito da tappe, Guè qui prende una manciata di polaroid e te le “lancia” sul tavolo. La sequenza? Gli unici cartelli da rispettare sono rappresentati dalla prima (“La G, la U, la E, pt. 2”; con l’abbraccio al vecchio socio Jake e la citazione a “Rap Soprano” su un beat di Shocca che prende a ceffoni i sismografi) e l’ultima traccia (“Too Old To Die Young”), il resto dell’ascolto concede il libero arbitrio. La sostanza non cambia.

Poi ci sono i grandi nomi. Ma grandi davvero. “Gangster Of Love” è un meeting tra “boss” nelle acque cristalline al largo delle coste della Florida. Anche senza sbirciare la tracklist, l’ad-lib che introduce i tappeti stesi da Shablo e Sixpm tradisce immediatamente la presenza di Rick Ross sul ponte. Carati a oltranza, da Milano a Miami «in un giro di Rolex». Il lato oscuro di quella vita Guè lo mette invece in scena reclutando Jadakiss, altra leggenda d’oltreoceano, e il producer canadese Marco Polo nella ruvidissima “Nicholas Cage”; una perla ad alti coefficienti tecnici che pesca tra l’immaginario di Gomorra e le opere di Mario Puzo («io Sinatra, tu Fontaine»). Spazio però anche ai big della Penisola, Hip Hop e non. Coez ed Elisa prestano la propria voce rispettivamente in "Nessuno" (indubbiamente una delle highlight dell'album) e nell'introspezione di "Senza sogni" («Ho pesato sempre solo droghe/invece che le azioni e le parole/sono il re del mio castello, ma di sabbia/sul mio trono con un calice di rabbia»). Salmo si iscrive al tabellino dei marcatori nell'esercizio di stile di "Lunedì blu". E non può mancare ovviamente Marracash, comprimario nell'arrogantissimo "flexing" di "Daytona".

"GVESVS" cresce di ascolto in ascolto. È il disco della maturità di Guè? In tanti sembrano ripetere l'adagio. Ma in tutta onestà fa un po' sorridere pensarlo. Non perché non sia un disco maturo, anzi, ma perché stiamo parlando di un signore che mezza vita fa, quando era poco più che un ventenne, ha scritto una "robetta" che si chiama "Mi Fist". Un pezzo di storia. La maturità artistica quindi è nel cassetto da un bel po'. Non sarà forse più interessato a dare lezioni agli altri, ma anche oggi, nel quasi 41 d.G., i suoi discepoli - Spotify docet - si confermano essere ben più di dodici... Si scherza eh? Alla fine è "solo" rap. Ma di quello buono.

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