STREAMINGOmaggio a "The Last Dance", la più grande serie sportiva di sempre

19.05.20 - 06:00
Si è concluso il documentario su Michael Jordan e i Bulls. Ecco perché, secondo noi, ha avuto questo successo
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Omaggio a "The Last Dance", la più grande serie sportiva di sempre
Si è concluso il documentario su Michael Jordan e i Bulls. Ecco perché, secondo noi, ha avuto questo successo

CHICAGO - Lunedì 18 maggio sono stati pubblicati gli ultimi due episodi di "The Last Dance", la serie ESPN e Netflix dei record, che ha generato un hype incredibile su scala mondiale e che può essere considerata come la migliore a tema sportivo di sempre. E vi spieghiamo perché.

Grande produzione e narrazione - Quali sono i segreti del suo successo di questo sguardo sull'ultima stagione dei mitici Chicago Bulls di Michael Jordan e Scottie Pippen? Si parte da una produzione imponente: sembra che siano stati spesi almeno 20 milioni di dollari, secondo alcune stime circolate in queste ore. Il regista, Jason Hehir, è uno specialista nel raccontare storie di sport in video e qui si è decisamente superato, rendendo avvincenti - con un superbo storytelling - fatti che fanno parte della storia sportiva da almeno due decenni e che s'intrecciano con racconti di vita personale, spesso drammatici (gli omicidi dei padri di Jordan e Steve Kerr, ad esempio).

Protagonisti leggendari - Il cast è stellare: ci sono tutti, o quasi, i protagonisti di un'epopea leggendaria e i rivali che hanno sfidato Jordan e compagni, riuscendo (poche volte) a batterli e molto spesso inchinandosi. I filmati dell'epoca sono spettacolari. Da Larry Bird a Magic Johnson, da Isiah Thomas a John Stockton, tra gli altri. Ma c'è ancora di più. "The Last Dance" è un racconto di tenacia, volontà, ricerca del successo tramite il duro lavoro e la fiducia dei propri mezzi. Michael Jordan ne è l'indubbio protagonista ma è un grande affresco corale, nel quale tutti i membri dei Bulls hanno il proprio ruolo. 

L'effetto nostalgia - Infine c'è un fortissimo effetto nostalgia. "The Last Dance" è un prodotto eccezionale per chi in quegli anni non era ancora nato oppure non seguiva l'NBA, ma chi è stato tifoso del basket Usa di quell'epoca vede riaffiorare alla mente la storia della propria infanzia o adolescenza, sotto forma di ricordi, storie e dettagli. Quattro giornalisti di Tio/20minuti hanno raccontato i propri.

Simone Re: «Attraverso gli occhi di un bambino, Michael Jordan metteva in ombra anche i Batman e gli Spider-Man. Era destinato a sconfiggere i “cattivi”, fossero essi i “Monstars” di Space Jam o i “Sonics” nelle Finals del 1996; epilogo di quel leggendario 72-10 che diede il via al secondo “three-peat” dei Bulls. Tre giorni dopo avrei compiuto 10 anni. E quella vittoria - con la complicità di un cappellino arrivato dagli Usa - la portai con me per molto tempo. È un ricordo che resta indelebile».

Michele Giraldi: «Quell'ultimo tiro su Bryon Russell non decise solo la finale con i Jazz e mise il punto sulla carriera del vero MJ (il biennio in maglia Wizards non conta): chiuse proprio un'era. Dopo otto anni – pure il back-to-back dei Rockets fu poco sorprendente – si azzerò infatti una serie di campionati dall'esito quasi scontato. Con le memorabilia dei Tori diventate preziose, si dovette in ogni caso attendere poco per tornare alla “sicurezza”: nel 1999 il mago Phil firmò infatti con i Lakers di Kobe&Shaq. Il resto è storia».

Fabio Caironi: «Il ricordo indelebile è quello del "The Flu Game", la partita che Michael Jordan giocò da malato (si pensava fosse influenza, ma era un'intossicazione alimentare causata da una pizza, conferma lo stesso MJ nel documentario). Il numero 23 sfinito delle prime battute che si trasforma nel corso del match, prende per mano i Bulls realizzando 38 punti e indirizzando le finali del 1997. Una t-shirt, comprata il giorno della vittoria del titolo e indossata miriadi di volte, è il mio cimelio di quell'epoca».

Filippo Zanoli: «Se eri adolescente negli anni '90 ai Bulls di Jordan e Pippen (come con le caramelle Fruit Joy) semplicemente "resistere non potevi". Quella maglia rossa con il toro trascendeva lo sport e si infilava dritta dritta nella cultura pop di un'intera generazione. Quando poi sono riuscito a mettere le mani sul videogame “Nba Jam” per Sega Megadrive, la scelta non poteva essere che quella: Chicago Bulls e “Pips”, già perché Michael non c'era (per vari motivi). Ma era giusto così, altrimenti che partita sarebbe stata?».

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