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Sfondo: Chiara Ferragni e Fedez. Nel pallino: Alberto Bitonti.
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08.07.2021 - 18:070
Aggiornamento : 20:41

La politica al tempo dei Ferragnez: «Quei 24 milioni di followers non sono 24 milioni di elettori»

La coppia di influencer italiani in prima linea per il Ddl Zan e la politica tradizionale trema, capiamo insieme perché

MILANO - Quando due influencer che “pesano” circa 36 milioni di follower in due si mobilitano per una causa politica, ecco che il sistema tradizionale si trova in difficoltà e fatica a rispondere. E, quando ci prova, rimedia solo docce fredde e sberleffi.

È il caso dei Ferragnez, ovvero la coppia formata dall'imprenditrice Chiara Ferragni e dal rapper Fedez, che di recente hanno voluto farsi sentire per la questione del Ddl Zan sull'omotransfobia che da tempo sta catalizzando il dibattito politico italiano.

Più attivo in questo senso, bisogna dirlo, è Fedez che già al Concertone del primo maggio aveva fatto nomi e cognomi in diretta tv. Il tutto si è protratto, con il passare dei mesi, fino a intensificarsi in questi giorni - con l'imminente arrivo del Decreto al Senato - fra prese di posizione e trasformismi, su tutti quello del partito Italia Viva di Matteo Renzi. 

Fra piccate varie, cinguettate al vetriolo e dirette Instagram, l'impegno aperto della coppia ha abbastanza scosso politici e osservatori che hanno colto male un'ingerenza aliena a tutti gli effetti: che arriva da un canale non tradizionale, da due persone che con la politica non dovrebbero c'entrare niente e - soprattutto - che alzano i toni a piacere, senza rispettare regole e modalità consolidate da anni nel mondo politico.

Per tentare d'inquadrare un po' meglio quello che è successo abbiamo interpellato il docente USI Alberto Bitonti, esperto di comunicazione politica.

Con gli interventi dei Ferragnez c'è chi ha parlato di «invasione», chi di «qualunquismo» lei che ne pensa?

Diciamo che l'Italia il qualunquismo lo conosce bene, è parte integrante del linguaggio politico a partire dal dopoguerra col Fronte dell'Uomo Qualunque e arriva fino al Movimento 5 Stelle.  Si tratta di un tipo di messaggio che ha un forte impatto emotivo e ha gioco facile, come il post di Chiara Ferragni: «Che schifo fate politici». 

La sua base è il generalismo e la superficialità che è un po' quello che sta succedendo adesso: al di là dell'oggetto (ovvero il Ddl Zan) quello che spicca sono i toni e il modo di approcciarsi alla questione che rendono praticamente impossibile una replica costruttiva da chicchessia.

Il problema di tutto questo è che la politica è un'attività complessa, soprattutto quando bisogna fare delle leggi, è impossibile ridurre tutto a un tweet o a un post Instagram. 

Secondo lei la politica deve rispondere? Ha senso che lo faccia?

Sì, io ritengo che la politica debba rispondere all'antipolitica, cercando di riportare il dialogo su una base meno superficiale. I social funzionano così, sulla base di istinti e istanti: ovvero quello che sento in un determinato momento. La politica no, è fatta di confronti ragionati, trattative fra le parti sul lungo periodo.

È giusto che questa cosa venga esplicitata, che chi lavora in questo ambito spieghi cosa c'è dietro a una cosa complessa come far approvare un disegno di legge.

A molti preoccupa il fatto che Fedez, sul suo canale da milioni di followers, possa fare tribuna politica in completa libertà. C'è anche chi ha parlato di «regolamentazioni», questa cosa ha un senso secondo lei?

È una cosa impossibile, non solo dal punto di vista logistico ma anche dal punto di vista della libertà d'espressione. Si possa condividere o meno quello che dice una persona come Fedez, è giusto che lui possa usare il proprio canale per parlare anche di politica, rientra nella normale dialettica democratica. Questo significa, ovviamente, che è anche giusto criticare quando vengono utilizzati toni superficiali e aggressivi.

Secondo me l'aspetto davvero nuovo è che sia lui che Chiara Ferragni non sono leader politici ma influencer che devono la loro fama ad altri fattori. Il fatto che abbiano riversato il loro seguito in ambito politico è un'operazione legittima e, per certi versi, anche positiva. 

Le élite politiche di domani, quindi, arriveranno da Instagram?

Sicuramente sì, non è una novità che le celebrità dei media finiscano in politica (pensiamo a Berlusconi e allo stesso Trump). 

Per quanto riguarda i social ci troviamo in un momento interlocutorio fra conflitto aperto e contaminazioni fra gli attori politici tradizionali e nuovi attori.

Da una parte abbiamo partiti e politici che nascono sul web e ne hanno assimilato il linguaggio in maniera positiva ed efficace. Dall'altra chi (come i Ferragnez) che hanno capito che con le loro “basi” possono avere un'influenza non solo commerciale.

Ma ricordiamoci che 24 milioni di followers (quelli di Ferragni, ndr.) non sono 24 milioni di elettori.

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