Epstein, tra trauma e manipolazione. Perdere il controllo e cercare di sopravvivere

La psicologa Myriam Thoma spiega i meccanismi psicologici che hanno intrappolato le vittime nel sistema di abusi del criminale sessuale.
WASHINGTON / BASILEA - Nel dibattito sul caso Epstein emergono domande scomode: perché alcune vittime sono tornate dal loro abusatore? Perché alcune hanno poi reclutato altre ragazze? E dove inizia la responsabilità personale?
La psicologa Myriam Thoma dell’Università di Basilea, esperta di traumi e abusi sessuali, ha cercato di spiegare al TagesAnzeiger cosa avviene in queste situazioni.
Capisci di essere in trappola quando è troppo tardi - L'esperta, prima di tutto, ha parlato di grooming, un processo graduale di spostamento dei confini. Piccole trasgressioni, apparentemente tollerabili, si accumulano fino a normalizzare comportamenti che all’inizio sarebbero stati rifiutati. Non serve violenza esplicita: proprio la progressività rende il meccanismo insidioso. «Quando la vittima capisce di essere intrappolata, spesso è troppo tardi».
I legami traumatici - Un altro concetto chiave è il traumatic bonding: un legame emotivo intenso con l’aggressore, nonostante l’abuso. «La relazione alterna minaccia e svalutazione a momenti di attenzione e ricompensa. Questa dinamica crea dipendenza, paura e talvolta perfino sentimenti positivi verso chi fa del male»,spiega la psicologa.
Bambini e adolescenti sono particolarmente vulnerabili, ma anche gli adulti possono essere manipolati senza accorgersene. Quando la consapevolezza emerge, subentrano vergogna e senso di colpa, che rendono ancora più difficile sottrarsi alla relazione.
Ricompensa e minaccia - Sul fatto che alcune vittime abbiano reclutato altre ragazze, Thoma invita alla cautela nel giudicare con leggerezza: «Spesso si tratta di persone inserite in un sistema di controllo e sfruttamento, in posizione di dipendenza, dove ricompense e minacce si alternano». Denaro, status e senso di sicurezza possono rafforzare il legame. In certi casi l’aggressore viene idealizzato o percepito come onnipotente.
L’età conta - «Più l’ingresso nel sistema è precoce, più alto è il rischio di interiorizzare i ruoli imposti, fino a riprodurre il comportamento dell’abusante», sottolinea Thoma. «Subire un abuso significa sperimentare una perdita totale di controllo e un crollo dell’autostima; assumere un ruolo “più alto” nella gerarchia può diventare un tentativo disfunzionale di recuperare stabilità e controllo».
Nessuna responsabilità, è sopravvivenza - Quanto alla responsabilità, per i minori non può essere attribuita: «Adattarsi è spesso una strategia di sopravvivenza». Per gli adulti, invece, il discorso è più complesso e va valutato caso per caso: «C’era autonomia decisionale? C’erano minacce o coercizione? In generale, gli adulti restano responsabili quando danneggiano altri, ma le situazioni raramente sono solo bianche o nere», fa notare la psicologa.
Anche chi entra volontariamente in sistemi di dipendenza, magari per vantaggi di carriera, va analizzato singolarmente. Molte persone coinvolte hanno alle spalle esperienze difficili: «Non è una giustificazione, ma un possibile elemento esplicativo».
Isolate è meglio - Epstein reclutava giovani, spesso isolate o provenienti da contesti fragili, ma non solo. «L’isolamento facilita la manipolazione. Oltre al bisogno economico, contano bisogni fondamentali come appartenenza e riconoscimento», spiega Thoma. Un sistema che coinvolge élite politiche, accademiche ed economiche può risultare seducente per chi desidera sentirsi parte di qualcosa di potente.
Elaborare il trauma - L’elaborazione del trauma può richiedere anni, soprattutto se si è entrati giovani o si è rimasti a lungo nel sistema. «Integrare nella propria biografia il fatto di essere stati vittime, o di aver fatto del male ad altri, è un processo complesso». Il riconoscimento sociale, in questi casi, è cruciale: un dibattito pubblico che cerca di comprendere i meccanismi può aiutare; uno che colpevolizza può aggravare la sofferenza.
In termini di prevenzione, sono fondamentali reti sociali solide, sostegno affettivo e un ambiente in cui bambini e ragazzi possano parlare senza paura di punizioni o rifiuto. Un’autostima sana, la capacità di dire no e di riconoscere i propri confini sono fattori chiave di protezione.



