FINANZA
Dagli Stati Uniti la parola all’economista: “Il sacrificio della Lehman Brothers? Un male necessario”
“È semplice additare la brama dei banchieri quale una delle cause della crisi, come ha fatto John McCain, il candidato repubblicano alla presidenza, nelle scorse settimane. Più seria in questo senso sembra essere la posizione di Barak Obama, il candidato democratico, condivisa da gran parte dei governi europei, che sottolinea la necessità di una maggiore regolamentazione nei mercati finanziari per rendere, al di là della crisi, più solide le basi di appoggio del sistema economico”. A parlare è l’economista

Keystone AP David Karp
Dagli Stati Uniti la parola all’economista: “Il sacrificio della Lehman Brothers? Un male necessario”
“È semplice additare la brama dei banchieri quale una delle cause della crisi, come ha fatto John McCain, il candidato repubblicano alla presidenza, nelle scorse settimane. Più seria in questo senso sembra essere la posizione di Barak Obama, il candidato democratico, condivisa da gran parte dei governi europei, che sottolinea la necessità di una maggiore regolamentazione nei mercati finanziari per rendere, al di là della crisi, più solide le basi di appoggio del sistema economico”. A parlare è l’economista
di Saul GabaglioCHICAGO – La crisi della grande finanza americana ha colpito duramente negozianti e ristoranti. Alla ricerca dell’affare e del risparmio il consumatore fa la fortuna dei grandi distributori...
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CHICAGO – La crisi della grande finanza americana ha colpito duramente negozianti e ristoranti. Alla ricerca dell’affare e del risparmio il consumatore fa la fortuna dei grandi distributori proiettando alle stelle i loro profitti, questa è una delle interessanti scoperte fatte discutendo con Andrea Ajello, economista alla Northwestern University di Chicago, università tra le più prestigiose del panorama nord americano, discutendo dei meccanismi e delle cause della profonda crisi che sta scuotendo gli Stati Uniti e la finanza mondiale.
Come viene vissuta e descritta negli Stati Uniti la crisi iniziata con il fallimento della Lehman Brothers?
“La gravità della crisi finanziaria in atto è percepita in modo chiaro negli Stati Uniti, sia a livello istituzionale sia più in generale dall’opinione pubblica. In effetti, il fallimento di Lehman Brothers, per quanto un evento di grande portata, giunge in uno scenario di progressivo deterioramento del mercato del credito e della salute del sistema economico che prosegue ormai dall’Agosto 2007. La situazione riceve una copertura approfondita da parte dei media ed è seguita attentamente dal cittadino informato. È una crisi scoppiata a poca distanza dall’americano medio, nelle periferie dell’economia americana, con lo scoppio della bolla immobiliare”.
L’impressione è che si tratti di una seconda fase della crisi generata dai subprime, è realmente così?
“Il fallimento di Lehman Brothers, in effetti, sembra marcare una seconda fase in questo ciclo di eventi, una fase in cui il supporto del governo federale e della banca centrale non possono più essere invocate come misure straordinarie a salvataggio di singole iniziative private a meno che queste non sembrano compromettere la stabilità del sistema economico”.
Perché il governo ha deciso di lasciar fallire la Lehman Brothers e di salvare Bear Sterns, Fannie Mae e Freddie Mac e da ultimo AIG?
“La spiegazione più plausibile del perché Lehman non sia stata salvata ha a che fare, a mio avviso, con la tempistica della sua crisi. La crisi di Bear Sterns, nel Marzo scorso, aveva colto i mercati impreparati e aveva richiesto una soluzione immediata che non lasciasse gli investitori in preda al panico. Nel caso di Lehman invece, da mesi la banca mostrava al mercato segni di difficoltà e di conseguenza gli investitori che erano maggiormente esposti a titoli della banca avevano rivisto le loro posizioni per limitare le perdite. Lehman inoltre aveva già fatto abbondante ricorso alla linea di credito messa a disposizione delle banche d’affari a seguito del salvataggio straordinario di Bear Sterns. L’impatto più limitato sulla stabilità dei mercati del fallimento di Lehman, rispetto alla crisi repentina che avrebbe causato un fallimento di Bear Sterns o alle gravi perdite che avrebbe generato l’insolvenza di AIG, di Fannie Mae o di Freddie Mac, hanno di fatto guidato la decisione del tesoro di lasciar fallire la banca d’affari, quando anche gli ultimi potenziale acquirenti avevano ritirato il loro interesse a rilevarla”.
Le ultime notizie giunte da Wall Street fanno pensare ad un crollo generale della struttura economica e si prevede la perdita di 150 mila posti di lavoro nella sola New York. Lo scenario è realmente così nero o in realtà rischia di peggiorare ulteriormente?
“La dimensione della ricaduta della crisi finanziaria sul settore produttivo e sul reddito nazionale non è semplice da quantificare. L’effetto complessivo dipenderà da quanto la stretta creditizia che ha colpito il sistema finanziario avrà ripercussioni sugli investimenti e quindi sull’occupazione e sul potere d’acquisto dei consumatori. Come dicevo un contagio di grandi dimensioni è stato finora scongiurato dagli interventi della banca centrale e del Tesoro. Se il governo avesse lasciato fallire Bear Stern, Fannie Mae, Freddie Mac, così come AIG e, allo stesso tempo, la Fed non avesse ritenuto importante offrire liquidità ai mercati in subbuglio, è probabile che ad Agosto avremmo visto il tasso di disoccupazione salire ben sopra il già elevato 6.1%. Il crollo del prezzo degli immobili e la crisi del credito sono giunti in contemporanea con l’aumento del prezzo dell’energia e dei beni di consumo primari. Questi elementi hanno inciso nei mesi scorsi in modo negativo sul consumo dell’americano medio e di conseguenza ridotto la domanda aggregata. Le cronache descrivono quartieri disabitati nella periferia industriale di Detroit e nei sobborghi di Las Vegas a causa della crisi dei mutui, ristoranti e negozianti in difficoltà ai quali si contrappone la grande catena di grande distribuzione WalMart che riporta profitti da record; chiaro esempio che la scelta dei consumatori volta al risparmio e in cerca di buoni affari”.
Quanto sono toccate le altre grandi città americane?
“Questa crisi, come dicevo, è partita dalle periferie e ha viaggiato verso il centro del sistema finanziario. Ci si attende che il riflusso di quest’onda abbia ancora effetti nel resto del paese, ma il colpo è finora stato attutito dalla risposta della politica economica che molto ha imparato dagli errori commessi durante la Grande Depressione del 1929. In termini numerici, una recente stima di Goldman Sachs sembra prevedere una riduzione della crescita annuale degli Stati Uniti di due punti percentuali rispetto agli anni passati, sia per il 2008 che per il 2009, per effetto del credit crunch”.
Quali possono essere le misure più urgenti da attuare per cercare di frenare la crisi?
“L’attenzione rimane giustamente focalizzata sulla ricerca di un metodo efficace per ristabilire la fiducia degli investitori nel mercato del credito e nelle banche, che rimane ad oggi incrinata. Per quanto la linea di credito della Fed sia ancora disponibile e sia stata estesa, i bilanci degli intermediari rimangono sotto stress. Il rifiuto di venire in aiuto a Lehman ha generato un segnale importante che ha indotto il resto del settore a creare un primo meccanismo di autodifesa. La costituzione da parte di dieci grandi intermediari, tra i quali anche UBS e Credit Suisse, di un fondo di aiuto reciproco da 70 miliardi di dollari per far fronte a future difficoltà di finanziamento è un esempio del tipo di coordinamento che può aumentare la stabilità dei mercati. La risposta degli investitori però è stata nervosa e sembra che questi si attendano anche una soluzione di lungo termine”.
Quale deve essere il ruolo dello Stato in questo momento?
“La prospettiva di creare un’agenzia pubblica che acquisisca il debito di cattiva qualità (i titoli ad alto rischio che non trovano acquirenti sul mercato) sembra essere l’ipotesi che al momento riscuote il maggior numero di consensi fra i policy-maker, alla Fed e al Tesoro. Il mercato si libererebbe così da titoli “tossici” e le banche verrebbero sollevate dal rischio d’insolvenza prevenendo nuovi fallimenti. Questa politica avrebbe però due chiari svantaggi. In primo luogo il governo dovrebbe utilizzare il denaro dei contribuenti per l’acquisto dei titoli, “socializzando” ancora una volta le perdite del settore finanziario, dopo che questo ha goduto per anni di profitti elevati, rimasti in tasche private. Il recupero della piena funzionalità dei mercati finanziari potrebbe valere questo sacrificio collettivo, ma non è ancora chiaro quale sarebbe l’impegno richiesto in questo caso al bilancio federale né a quali condizioni avverrebbe il trasferimento. In secondo luogo, liberare le banche dalle perdite su titoli che loro stesse hanno strutturato e posto sul mercato, può generare un incentivo per gli stessi intermediari a ricreare in futuro condizioni di sovra-esposizione al rischio simili a quelle che hanno portato alla crisi attuale, nell’attesa di un nuovo salvataggio per mano pubblica. Evitare che ciò avvenga e prevenire il ripetersi di un fallimento del mercato finanziario così rilevante, richiederebbe, a mio avviso, un’immediata riforma dei meccanismi di vigilanza dei mercati finanziari verso criteri più severi di valutazione e gestione del rischio, condivisi a livello internazionale”.
Dall’Europa sembra di assistere alla caduta di quella che può essere percepita come la locomotiva dell’economia occidentale e si teme che questa possa trascinare nel baratro anche il resto del treno, ossia le economie europee e le grandi banche europee. È un rischio reale?
“Il rischio di importare la crisi economica americana in Europa esiste e già da qualche mese si vedono gli effetti di questo fenomeno in Gran Bretagna, il paese che senz’altro presenta la maggiore esposizione al sistema creditizio americano. La stessa Spagna sta vivendo, nel suo piccolo, una crisi del credito immobiliare simile a quella degli Stati Uniti e il suo sistema bancario sembra essere in difficoltà da diversi mesi. In termini globali, la crisi ha portato gli investitori ad essere molto cauti e a dirigere i loro investimenti su attività sicure (ad esempio materie prime, preziosi, buoni del Tesoro americano). Questo chiaramente rende le condizioni del credito meno favorevoli anche per i consumatori e gli imprenditori europei e ciò non può che far proseguire il rallentamento già in atto delle economie del Vecchio Continente. Ciò che più preoccupa è che stiamo assistendo a quella che a tutti gli effetti sembra una diminuzione del grado di credibilità di cui gode il sistema economico americano nel mondo. Ciò richiede che vengano attuate serie riforme in tempi piuttosto brevi”.
E nel resto del mondo qual è il reale rischio?
“Gli interventi del Tesoro e della Fed sui mercati sono stati finora guidati dall’emergenza e, vista l’ingente esposizione degli Stati Uniti sui mercati dei capitali stranieri, hanno dovuto anche in buona parte tener conto dalla necessità di non danneggiare gli investitori esteri. Titoli e obbligazioni di Fannie Mae e Freddie Mac erano e sono detenuti dalla Cina in una misura pari al 10% del suo Prodotto Interno Lordo. Qualsiasi intervento sul mercato che avesse solo paventato il fallimento dei due giganti avrebbe potuto indurre la Cina a liquidare preventivamente le sue posizioni sul mercato, generando perdite enormi a catena nei bilanci di investitori attivi su tutte le piazze finanziarie. Allo stesso modo la Cina detiene porzioni del debito pubblico americano e presterà grande attenzione alla sostenibilità degli interventi fiscali che il governo federale sta mettendo in atto per uscire dalla crisi, comprese le recenti acquisizioni di Fannie, Freddie e AIG e l’eventuale acquisto del bad credit dal sistema finanziario”.
Quali potranno essere gli scenari passata la crisi?
“Risolta la crisi del credito sarà necessario, come dicevo, gestire una fase delicata di riforme del sistema finanziario, di rientro da un debito fiscale ingigantito già dalle spese militari dell’amministrazione Bush e sotto pressione a causa dei recenti salvataggi, oltre a far fronte a scelte strategiche che aiutino a gestire una dinamica dei prezzi delle materie prime e dell’energia in tendenziale ascesa. Un bel po’ di lavoro per il nuovo presidente…”
Foto apertura: Keystone AP David Karp
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