Io, donna e una grande passione: la caccia

Armanda Inselmini è una delle 1'071 cacciatrici svizzere: suo padre - cacciatore - l'ispiratore del suo avviamento alla pratica venatoria.
Armanda Inselmini è una delle 1'071 cacciatrici svizzere: suo padre - cacciatore - l'ispiratore del suo avviamento alla pratica venatoria.
CAVERGNO - In casa ha sempre respirato - oltre all'aria della Val Bavona, dove ancora vive (è di Cavergno) - la passione per la caccia.
Era bambina quando vedeva suo padre uscire al mattino presto da casa, col fucile in spalla, e tornare qualche ora dopo con il risultato di quella uscita: camosci, perlopiù, in questa terra di boschi e minuscoli villaggi fatti di case in pietra.
Tutto è cominciato aspettando trepidante il ritorno a casa di mio padre dopo la giornata di caccia - «Personalmente mi sono appassionata proprio aspettando trepidante il ritorno a casa di mio padre dopo la giornata di caccia - racconta Armanda Inselmini, una delle 1'071 cacciatrici svizzere - all'inizio, siccome chiacchieravo troppo, il mio papà era più propenso a portare con lui mio fratello quando andava a cacciare. Poi però è venuto anche il mio turno. Ed è cominciata la mia avventura».
Il patentino di "caccia alta" nel 2002 e la passione-rito - L'avventura - culminata con il patentino di "caccia alta" nel 2002 - per lei è soprattutto quasi un rito cerimoniale, che va dalla vestizione al ritorno con l'animale cacciato. «Cosa mi affascina così tanto? L'approccio a questa pratica, il rito che accompagna ogni uscita - argomenta - da quando la notte prima non riesci a dormire fino ai momenti in cui sei tra i boschi e deve individuare un animale, lo devi seguire, e poi studiarlo stando nascosta senza farti vedere».
Poi c'è lo sparo. «Lo sparo finale, che deve essere un colpo letale per non far soffrire l'animale - sottolinea - ha dietro di sè proprio tutta quella fase cui facevo riferimento e che è composta di istanti diversi, diversi come gli stati d'animo e le emozioni che l'attraversano».
«Se decidi di sparare non puoi lasciare un animale ferito in giro» - Le regole del gioco che sottostanno alla pratica, devono essere chiare: su una di queste Inselmini torna spesso durante la conversazione. «Se decidi di sparare devi poi andare a verificare - dice - non puoi lasciare in giro un animale ferito. Altrimenti è meglio che non premi il grilletto. Questo lo voglio dire con estrema chiarezza. E se non riesci a trovarlo, devi chiamare subito gli specialisti che con i cani possano rintracciare l'animale ferito».
L'animale non è un trofeo: «Io caccio per farne un alimento da portare alla famiglia» - La tradizione di famiglia ha sempre seguito i dettami tipici delle antiche comunità di cacciatori sparse fra queste montagne: si caccia per utilizzare, nell'ambito famigliare, la carne dell'animale, non per farne motivo di esibizione.
«Il trofeo non mi interessa - spiega la cacciatrice - io caccio per l'uso alimentare che ne farò. Io non vado dal macellaio e quando prendo un camoscio a essere coinvolta è tutta la famiglia: noi lo evisceriamo, noi lo peliamo e sezioniamo le parti. Alcune finiscono sottovuoto - spiega - di altre ne facciamo carne secca o ne ricaviamo della luganighetta. È un'attività che ci impegna per giorni: il rito, appunto, che le dicevo prima».
«Le donne hanno capito che si tratta di un'attività alla loro portata» - Un dato statistico uscito di recente, dice che sempre più donne si avvicinano a questo mondo e diventano cacciatrici (in Svizzera l'aumento del numero di donne cacciatrici ha subito un incremento del 20%). E sul fatto che la caccia non sia più soltanto un affare da uomini, per la "cacciatrice Armanda" la spiegazione è che «le donne penso abbiano capito che si tratta di un’attività alla loro portata, che dev’essere affrontata con serietà e passione senza pregiudizi. Ha poca importanza essere uomo o donna - dice - l’importante è avere passione per la montagna, per la conoscenza degli animali che troveremo lungo il nostro percorso, dei loro comportamenti, il rispetto dell’animale e dell’ambiente che ci circonda e non da ultimo la conoscenza e la manipolazione della propria arma».







