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CANTONEDal serial killer Donato Bilancia al mostro di Foligno: «L’odio nasce da una perdita»

20.10.23 - 06:30
Intervista al criminologo italiano Silvio Ciappi, intervenuto all’evento organizzato giovedì dalla Supsi.
Deposit/ Silvio Ciappi
Dal serial killer Donato Bilancia al mostro di Foligno: «L’odio nasce da una perdita»
Intervista al criminologo italiano Silvio Ciappi, intervenuto all’evento organizzato giovedì dalla Supsi.

MANNO - Considerato tra i principali studiosi della criminalità violenta e dei serial killer, il criminologo clinico e psicoterapeuta italiano Silvio Ciappi ha svolto operazioni peritali sui più importanti casi di cronaca nera. Oltre a essere autore di libri (ieri è uscito il suo ultimo lavoro, “Predatori”, edito da Giunti) e pubblicazioni scientifiche, il 57enne toscano ha fatto parte della Commissione Ministeriale sulle vittime della criminalità e della Commissione Parlamentare di inchiesta sulla morte di David Rossi. È intervenuto a “Dall’odio alla violenza”, evento organizzato ieri pomeriggio dalla Supsi.

Come si passa, quindi, dall’odio alla violenza? Come non si sopravvive alla perdita?

«Abbiamo trattato il tema dell’odio, sia dal punto di vista individuale, sia dal punto di vista collettivo, visti anche gli ultimi accadimenti legati alla cronaca: da dove nasce questa voglia dell’uomo di fare la guerra? Da dove arriva la voglia di odiare il prossimo come se stessi?»

Si tratta, quindi, di un capovolgimento del comandamento dell’amore…

L’odio nasce, innanzitutto, da una mancata elaborazione di una perdita. Si tratta di un lutto: quest’ultimo, se non è "attraversato "da un'emozione importante come il dolore, diventa monco. Allora si trasforma in vendetta».

Da un punto di vista professionale, lei si è occupato di storie cliniche e giudiziarie italiane celebri come quelle di Donato Bilancia, Andrea Matteucci (“il mostro di Aosta”) e Luigi Chiatti (“il mostro di Foligno”) Qual è il compito del criminologo?

«Dipende. Per esempio può essere un clinico che si occupa della genesi del comportamento violento, così da dare agli organismi di giustizia delle indicazioni chiare sul grado e sul livello di colpevolezza dell’individuo».

Oppure?

«C’è chi si occupa delle politiche sulla sicurezza e che tratta la criminalità come oggetto di studio. Nel primo caso, serve una competenza clinica. Nel secondo, invece, può essere “sufficiente” una laurea in legge o sociologia».

Qual è il “caso” che ricorda maggiormente?

«Quando lavoravo negli Stati Uniti avevo conosciuto lo psichiatra di Jeffrey Dahmer. Uno è di sicuro quello di Donato Bilancia».

Come mai?

«Da un punto di vista criminologico, è stato  forseil caso più “completo”. C’è anche l’onda lunga del trauma subito. Del resto, ogni evento criminale non è altro che l’esplosione improvvisa, per citare Pascoli, dell’atomo opaco del male ».

Ha mai avuto modo di trattare casi svizzeri?

«Una volta sola, ma tanti anni fa».

Le piacerebbe lavorare in Svizzera?

«Sì, mi piacerebbe tornare a lavorarci. Ritengo sia un luogo privilegiato di analisi. È una delle ragioni per cui vengo a Lugano con estremo piacere».

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