Foto SwissLimbs
Uno scatto realizzato in Sierra Leone. Roberto Agosta è il primo da destra.
BELLINZONA
17.06.2021 - 08:170
Aggiornamento : 09:10

In 5 anni, 3'000 gambe per gli amputati

SwissLimbs è un'associazione non profit con sede a Sementina. Ecco il risultato di una missione nobile.

Tanzania, Uganda, Mozambico, Sierra Leone, Ruanda... L'ONG si muove in terre in cui si perde un arto a causa di una mina o del morso di un serpente. Il direttore Roberto Agosta: «Formazione e produzione sul posto». E intanto i progetti si moltiplicano.

BELLINZONA - In 5 anni, sono state realizzate circa 3'000 gambe in materiali economici ma di alta qualità. Arti destinati a persone che hanno subìto un'amputazione a causa di svariati motivi. È una missione nobile quella portata avanti in diverse nazioni africane dalla SwissLimbs di Sementina (Bellinzona). Ormai da un lustro. «Portiamo formazione e conoscenza sul posto – sottolinea Roberto Agosta, 53 anni, direttore dell'associazione non profit –. In modo che la produzione possa avvenire nei luoghi in cui c'è bisogno».   
 
Quali sono gli Stati in cui operate?
«In particolare Tanzania, Uganda, Mozambico, Sierra Leone e Ruanda».
 
Come si arriva a perdere una gamba in questi Paesi?
«Le cause possono essere molteplici. Si va dal morso di un serpente all'esplosione di una mina. Da un incidente a una malattia. In alcune nazioni, come ad esempio la Sierra Leone o l'Uganda, ci sono state guerre. In altri la sanità è carente. E quindi anche una banale infezione trascurata può trasformarsi in un problema serio».
 
Parliamo concretamente di ciò che fate. 
«Creiamo prima di tutto degli stabilimenti in cui possano essere prodotte le protesi. Poi istruiamo il personale locale affinché possa gestire autonomamente la produzione. E contemporaneamente inviamo i materiali necessari per la realizzazione degli arti sul posto. In questi cinque anni abbiamo realizzato anche una cinquantina di mani». 
 
I progetti però non si fermano a questo...
«Infatti nel frattempo abbiamo introdotto misure di accompagnamento fondamentali. Ad esempio diversi centri ortopedici. In Tanzania abbiamo costruito anche un ospedale. Non ci preoccupiamo solo di fornire l'arto dunque. Ma anche della chirurgia, della fisioterapia, della riabilitazione. I fondi per concretizzare tutto questo li raccogliamo in Svizzera. Ogni donazione è importante. Il nostro è un piccolo team, ma molto affiatato».
 
Perché le è venuta l'idea di lanciarsi in un'avventura simile?
«Io mi sono sempre interessato ai problemi umanitari. Ho conseguito un master sul tema della logistica umanitaria e in passato ho collaborato con varie Organizzazioni Non Governative (ONG). Un giorno ho conosciuto un tecnico ortopedico che lavorava in Sudan e che aveva sviluppato una protesi innovativa altamente performante ma a basso costo. Parlando con lui mi venne l'intuizione. Si sarebbe potuto ovviare alla mancanza di protesi in Africa investendo direttamente sul posto e coinvolgendo, attraverso la formazione, professionisti locali. Così è iniziato tutto».

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