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BELLINZONA
20.06.2021 - 22:030
Aggiornamento : 23:59

«Siamo sempre stati presenti, nonostante un inverno durissimo»

Alba Masullo, direttrice della Lega Ticinese Contro il Cancro, fa il suo bilancio dopo mesi e mesi di Covid.

Emerge la grande determinazione di professionisti e volontari, sempre vicini ai pazienti. Ma anche un problema finanziario causato dalla pandemia.

BELLINZONA - «Un inverno duro. Ma durante il quale siamo sempre riusciti a stare accanto ai nostri utenti». Alba Masullo, direttrice della Lega Ticinese Contro il Cancro, fa il suo bilancio in coda a mesi difficili. Un lungo periodo in cui la pandemia ha dettato legge. Per il malato di cancro, una sfida dentro la sfida. «Noi però non abbiamo mai mollato di un centimetro durante questo inverno infinito». 
 
Ora che stanno per riprendere anche le vostre attività estive qual è la sua sensazione? 
«C'è un certo orgoglio. I nostri assistenti sociali hanno continuato a recarsi nelle case dei malati, con mille accorgimenti, chiedendo di applicare le norme di protezione, aprendo le finestre, tenendo le distanze, indossando la mascherina».

Negli ospedali inoltre i reparti di oncologia hanno continuato a lavorare.
«Sì. Così come le nostre sedi di Bellinzona, Lugano e Locarno sono rimaste attive su appuntamento. Ora siamo pronti anche alla spontaneità» 
 
Se pensa all'inizio (ufficiale) della pandemia cosa le viene in mente? 
«Si è chiuso tutto, non si sapeva cosa stava accadendo. Ricordo che in occasione del primo lockdown per molti malati di cancro ci fu come la sensazione di essere messi al pari degli altri. La persona malata tende a isolarsi. Questa sensazione d'isolamento collettivo faceva sentire alcuni meno soli».

A giugno 2020 c'è stato un primo tentativo di ritorno alla normalità. Come lo avete vissuto?
«In molti avevano paura di uscire, di tentare di avere una vita normale. Aspettavano il vaccino, ci chiedevano informazioni. Ecco perché giudico vincenti le soluzioni adottate nel corso dell'inverno scorso. Si sono trovati i giusti equilibri».  
 
La pandemia vi ha provocato qualche problema finanziario. È così?
«È vero. Noi riusciamo a garantire questo livello di prestazioni, con una ventina di salariati e 120 volontari, per il 95% grazie alle donazioni dei privati cittadini. Nel corso degli ultimi 14 mesi abbiamo dovuto attingere alle riserve. Siamo comunque riusciti a seguire circa 1.100 persone in vario modo». 
 
Concretamente di quanto sono crollate le donazioni?
«Di alcune centinaia di migliaia di franchi. Lo capiamo: la beneficenza veniva fatta soprattutto per le questioni legate al Covid-19. Non mi sto lamentando. È solo una constatazione oggettiva. Con lo stop agli eventi, molti nostri benefattori che organizzavano mercatini e manifestazioni di raccolta fondi sono rimasti impotenti».

Prospettive?
«Al momento reggiamo l'urto. Siamo solidi, ma non nego che se non dovesse esserci una ripresa, potremmo dovere essere costretti a fare delle riflessioni sulle prestazioni offerte gratuitamente».   
 
Sperando che la burrasca sia davvero alle spalle, quale immagine di questo periodo si porterà nel cuore?
«Risale al primo lockdown. Quando non si poteva praticamente uscire. Una paziente era desiderosa di aver compagnia, ma non si sapeva come accontentarla nel rispetto delle regole. Con creatività è stato individuato un “mezzo” per riuscirci».

Quale?
«Una sciarpa lunga due metri. A reggerla dall'altro lato c'era la volontaria che la portava a spasso. Un modo per stare vicine, in sicurezza. Di certo abbiamo capito che la solitudine può avere effetti nefasti. Anche per questo durante il secondo lockdown, oltre all'offerta online, abbiamo mantenuto i gruppi di attività fisica e di passeggiate all'aria aperta, anche in gruppi piccolissimi».  

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