Polizia a caccia di segnali: fermare i femminicidi prima che accadano

Un team speciale della polizia analizza i segnali d'allarme e dialoga con potenziali autori di violenza per prevenire la violenza contro le donne. Ecco l'esempio di San Gallo
SAN GALLO - E se nella lotta ai femminicidi si intervenisse prima che avvenga il dramma? Se si andasse alla ricerca di uomini potenzialmente autori di delitti contro le donne, e si parlasse con loro e si ascoltassero i loro racconti? Insomma, intervenire non solo quando il peggio è già accaduto. È questo il senso di un progetto virtuoso che sta portando avanti la polizia di SanGallo per tentare di arginare la violenza domestica, fenomeno che nell'ultimo anno in Svizzera ha visto un aumento dell'8% rispetto all'anno precedente. Ogni settimana si è verificato almeno un tentativo di omicidio, ogni due settimane un omicidio. La politica chiede pene più severe per violenza e femminicidio, maggiore sorveglianza, braccialetti elettronici.
A San Gallo, all'interno della polizia cantonale, c'è un team di agenti che va alla ricerca dei soggetti a rischio. Se ne parla oggi sulle pagine del Tages Anzeiger . A dirigerlo è Manuel Niederhäuser, con lui ci sono altri quattro poliziotti, due poliziotte (tutti in borghese) e una psicologa. Nel cantone di San Gallo la polizia interviene circa 2000 volte l’anno per casi di violenza domestica. «Ciò che il singolo agente registra come episodio spesso non appare drammatico», dice Niederhäuser. «Ma se osserviamo tutto nel suo insieme, a volte capiamo: qualcosa non va. Può diventare pericoloso». Il progetto sembra funzionare visto che oltre il 90% degli uomini accetta di parlare con la polizia, anche quando è considerato a rischio di violenza. L’obiettivo non è reprimere, ma intervenire prima che la situazione degeneri.
Come funziona il loro lavoro? Ogni giorno analizzano gli interventi delle ultime 24 ore: litigi, minacce, aggressioni. «Ciò che il singolo agente registra come episodio spesso non appare drammatico», spiega Niederhäuser. «Ma se osserviamo tutto nel suo insieme, a volte capiamo: qualcosa non va. Può diventare pericoloso».Tra i fattori di rischio più rilevanti c’è la fase di separazione, indicata dagli studi come uno dei momenti più critici. È il caso di un uomo che dopo la fine della relazione continua a gravitare attorno alla casa familiare, sviluppando crescente rabbia fino a minacciare il suocero.
Quando viene contattato dalla polizia, accetta di incontrare gli agenti. Il colloquio, in un caffè, non si concentra sull’episodio specifico ma sulla sua situazione personale. «Vogliamo sapere: come sta? C’è gelosia? Paura? Rabbia?», racconta l'agente Mathis Kelemen. «Naturalmente non diciamo: quello che fa va bene. Ma cerchiamo di capire cosa gli succede dentro».L’approccio punta a costruire fiducia e ridurre la tensione. «L’uomo deve sentire che qualcuno si preoccupa davvero per lui», sottolinea Niederhäuser. Vengono proposti strumenti concreti per gestire le emozioni: uscire, respirare, chiamare qualcuno. «A volte bastano dieci minuti di telefonata per alleggerire la situazione», aggiunge Kelemen.
Secondo gli operatori, i casi raramente sono semplici. «Questo non giustifica mai la violenza, ma il percorso che porta a essa non è in bianco e nero», osserva Niederhäuser, descrivendo dinamiche relazionali spesso complesse e caratterizzate da escalation. Tra le persone seguite, la quota di stranieri è superiore alla media. Tuttavia, Niederhäuser invita a evitare semplificazioni: «La migrazione gioca un ruolo sociale – modelli familiari diversi, strutture più patriarcali, un forte senso dell’onore. Ma incidono anche isolamento, barriere linguistiche e pressione». Tra gli svizzeri, invece, emergono più spesso temi legati alla perdita di status o controllo.



