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L'INTERVISTAIl grande sorriso di Bea Scalvedi

20.02.24 - 08:31
«Sorridevo, certo, ma solo perché dovevo far vedere che tutto stava andando bene»
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Il grande sorriso di Bea Scalvedi
«Sorridevo, certo, ma solo perché dovevo far vedere che tutto stava andando bene»
Completati Laurea e Master e cominciato a praticare, la ticinese è pronta ad aiutare gli sportivi.
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BERNA - Nata e cresciuta sugli sci, felicissima e velocissima fin da bambina, Beatrice Scalvedi ha visto il suo sogno spezzarsi molto presto. Un problema alla schiena l’ha infatti costretta a levarsi la tuta da futura campionessa a 21 anni, dopo i primi risultati prestigiosi. I successivi due li ha spesi cercando di rimettersi in sesto, prima di gettare la spugna e comunicare a tutti - dopo averlo fatto a sé stessa - la fine di un capitolo della sua vita. 

Cinque anni dopo, siamo ai giorni nostri, quei momenti difficili sono superati, ma non dimenticati.
«Adesso sono felice, serena. Posso dirlo - ci ha raccontato la 28enne ticinese - Adesso che ho completato Laurea e Master in psicologia a Berna e che sto toccando con mano quello che c’è dopo, che mi sto confrontando con la pratica, che sto lavorando qui in università come capo progetto. Soprattutto all’inizio però, appena smesso, è stato difficile».

Una doccia gelata?
«Avevo avuto i miei problemi fisici, ma stavo lavorando per risolverli. Tutto mi sembrava andare per il meglio ma quando sono tornata in pista la prima volta… è stata dura scoprire di sentire lo stesso dolore di anni prima. È stata tosta soprattutto accorgermi di non avere alcun sostegno dalla Federazione. Nel mio sport professionistico era così: finché valevi e portavi risultati, erano tutti a tua disposizione; una volta tolti gli sci però…».

Il buio?
«Ho avuto dei sintomi ricollegabili alla depressione. Sentivo il vuoto sotto di me, come se non ci fosse il pavimento. Non sapevo più chi fossi. È durata per un po’, un anno almeno. Sorridevo, certo, ma solo perché dovevo far vedere che tutto stava andando bene. Dietro quel sorriso stavo però veramente male. E quel sorriso… a un certo punto mi sono accorta di averlo perso. Di non essere più solare. Lì ho capito di aver bisogno dell’aiuto di qualcuno».

A quel punto parte il nuovo capitolo della tua vita, un capitolo che, fossi stata un’atleta, non avresti potuto scrivere. Non così velocemente almeno.
«Ho sempre avuto l’interesse di studiare. Anche quando ero impegnata nello sport professionistico mi rendevo infatti conto di avere bisogno di altri stimoli. Per il ritiro obbligato ho sofferto e quindi non so se posso definire positivo il fatto di essere stata costretta ad anticipare i tempi. Di sicuro il percorso fatto mi ha portato a essere ora più completa. E la carriera, visto che ci sono passata, potrà facilitare il lavoro che ho in testa di fare. Poi, non mi sento certo arrivata: devo imparare ancora molto e so che per me ci saranno molte sfide. Ma sono curiosa e positiva. Insomma, diciamo che doveva andare così e che sono veramente contenta di aver trovato la mia strada. E anche che questa si intrecci con quella di molti atleti. Questo mi piace tanto». 

Prossimo step: cercare di fornire sostegno agli atleti che “smettono”?
«Rispetto a cinque anni fa qualcosa si è imparato, ma secondo me c’è ancora tantissimo da fare: ci sono delle lacune. Il fatto è che la questione è delicata e complessa: non basta lanciare un progetto e mettersi a disposizione. Così facendo si rischia di finire con l’essere solo dei testimonial. E non va bene. Visto il delicatissimo passaggio che devono affrontare, gli atleti hanno bisogno di un supporto vero. Prima di fornirlo loro si deve quindi fare ricerca, studiare, così da poter dare delle risposte e gli strumenti necessari per cambiare vita. Ci vuole insomma un po’ di tempo e, questo l’ho imparato bene, si deve partire pensando in piccolo».

Anche perché poi ci si deve confrontare con le varie federazioni.
«E non sempre hai a che fare con persone disponibili. O meglio, il progetto te lo “approvano” pure, ma quando poi si tratta di collaborare, il discorso è diverso. Quello che mi preme fare nei prossimi anni - e per questo sto collaborando anche con Giona Morinini - è lavorare con i giovani. L’idea è quella di fare prevenzione, aiutarli a conoscersi meglio, ad accorgersi quando qualcosa non va nella testa, oltre che nei muscoli. Se si ha la consapevolezza, poi è più semplice chiedere aiuto. Rivolgersi alla figura professionale giusta». 

Ammettere di non stare bene non è così semplice.
«È vero, è ancora un tabù. Ma noi atleti non siamo delle macchine: ci sono giorni nei quali non abbiamo voglia, ci sono giorni nei quali non va… ed è giusto dirlo. Quando si smette poi, almeno inizialmente, non si sa bene quale ruolo occupare nella società. Non si sa bene come riempire le giornate. C’è troppa scelta mentre fino al giorno prima non ce n’era affatto. Uno sportivo professionista ha infatti sempre tutto pianificato: altre persone organizzano tutto. A fine carriera uno deve invece pianificare la sua vita, la sua giornata, e spesso non ne è capace. Si deve quindi riorganizzare. Deve anzi imparare a organizzarsi. Ed è difficilissimo se non si hanno gli strumenti per farlo».

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COMMENTI
 

blitz65 1 mese fa su tio
Brava....Rispetto

#JenaPlinsky 1 mese fa su tio
Brava 👍🏼👍🏼

F/A-19 1 mese fa su tio
Sempre detto che uno psicologo intraprende questa strada prima di tutto per sanare problemi personali. Brava comunque la ragazza che è riuscita a ricominciare ed a prendere in mano la propria vita.
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