È ora di lasciar andare "Stranger Things"

Si è conclusa a Capodanno una cavalcata durata quasi dieci anni, destinata a lasciare il segno nella storia della televisione
SAVOSA - Alle 2 del mattino di giovedì 1° gennaio Netflix ha pubblicato l'episodio finale della quinta stagione di "Stranger Things". È stata la conclusione di un'avventura iniziata nel 2016 e che si è rivelata, con il passare degli anni, uno dei progetti più ambiziosi (ed economicamente importanti) per la piattaforma di streaming.
L'eccitazione per questo ottavo episodio della stagione conclusiva è stata smorzata, almeno in Svizzera, dalla tragedia di Crans-Montana, avvenuta proprio mentre l'ultima avventura di Undici, Will e Mike diventava disponibile agli utenti. Tuttavia, se ne parla comunque molto, soprattutto sui social. Si sono formati due schieramenti piuttosto distinti: quello dei soddisfatti e quello dei delusi. Per quanto possa valere, il sottoscritto fa parte del primo schieramento.
Rispetto alla prima parte, andata in onda a novembre, gli ultimi quattro episodi cercano di chiudere gli archi narrativi dei singoli personaggi, mentre la minaccia di Vecna si fa di minuto in minuto sempre più mortale e mette in pericolo la sopravvivenza non solo dei protagonisti, ma dell'intero pianeta.
A proposito di Vecna: i Duffer Brothers ci mostrano finalmente la sua vera genesi, pur lasciando alcuni quesiti irrisolti che, in definitiva, sono tra i più rilevanti buchi di trama dell'intera serie.
Siccome sarebbe praticamente impossibile accennare ad altri sviluppi della trama senza rischiare sgradevoli spoiler, mi limiterò a considerazioni più generali. "Stranger Things" è un prodotto di cultura popolare di primissimo livello, che si fonda come risaputo sulla fascinazione per gli anni Ottanta e che non tradisce fino all'ultimo questo spirito. Quello è un decennio onnipresente fino all'ultima inquadratura: nell'estetica, nelle citazioni e nella musica (questa volta è Prince a prendersi la scena). La chiusura della serie coincide con un passaggio di testimone, a una nuova decade e ad altri rappresentanti di quell'incredibile avventura che (talvolta) è la vita.
Siamo messi di fronte all'ineluttabilità del tempo che passa: l'infanzia finisce e quello che è stato per i protagonisti della serie - le sfide, le paure, le incertezze tipiche dell'adolescenza - lo sarà per altri. Magari, gli si augura, in forme più lievi - senza Sottosopra, Demogorgoni, Mind Flayer e via dicendo. Anche noi, il pubblico, siamo chiamati a lasciare andare questi personaggi che abbiamo conosciuto quando erano bambini e che ora sono giovani uomini e donne. Il concetto di "lasciar andare" è molto importante: è una necessità verso i figli, che devono poter affrontare in libertà il proprio destino. Gli adulti sono chiamati ad accettare le scelte che il tempo pone davanti ai giovani. Anche se queste non piacciono, o sono molto dolorose.
"Stranger Things" è, poi, un prodotto prettamente e profondamente americano, che affonda le sue radici in quella dimensione di valori e riferimenti che è cara a una buona fetta della popolazione. Mostra la resilienza di questo popolo: il suo spirito tenace rivolto al futuro, la necessità di saper voltare pagina anche dopo una ferita. Ma troviamo anche una visione manichea del bene e del male: il primo, per sconfiggere il secondo, non deve avere pietà. Qualsiasi dubbio sull'esistenza di una zona grigia viene spazzato via (e anche questo, se vogliamo, è un richiamo agli anni Ottanta, agli eroi duri e puri di quell'epoca).
È un finale adeguato a un prodotto maturo. Non strizza l'occhio e non cerca di compiacere lo spettatore. È stato fatto nella prospettiva di piacere sul lungo periodo, anche se alcuni adesso possono essere scontenti per alcune scelte dei fratelli Duffer. È una degna conclusione di una serie che ha saputo recuperare dopo le incertezze di metà percorso e che, senza essere un capolavoro assoluto, è destinata ad avere un ruolo importante nella storia della televisione.



