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Benvenuti nell'epoca della forza

Pechino non accetta che gli Usa si credano «giudici del mondo», ma il precedente sul Venezuela potrebbe tornare comodo a chiunque ritenga in pericolo la propria sicurezza nazionale
AFP
Fonte Ats Ans
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Pechino non accetta che gli Usa si credano «giudici del mondo», ma il precedente sul Venezuela potrebbe tornare comodo a chiunque ritenga in pericolo la propria sicurezza nazionale

PECHINO - La Cina non accetta che i Paesi agiscano come «giudici del mondo», in merito alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli USA, rilevando che la sovranità di tutte le nazioni «deve essere protetta». È quanto ha affermato il ministro degli Esteri Wang Yi, nell'incontro avuto domenica a Pechino con il suo omologo pakistano Ishaq Dar, riferendosi agli «improvvisi sviluppi in Venezuela» senza menzionare direttamente gli Stati Uniti.

Un messaggio che, almeno nei toni, non si differenzia granché da quello inviato dal ministero degli Esteri russo nelle scorse ore. «Non abbiamo mai creduto che un Paese potesse fungere da polizia del mondo, né accettiamo che una nazione possa affermare di essere giudice del mondo», ha osservato Wang, nel resoconto dei media statali. «La sovranità e la sicurezza di tutti i Paesi dovrebbero essere pienamente protette dal diritto internazionale», ha aggiunto il capo della diplomazia di Pechino, nel suo primo intervento pubblico dopo che le immagini di Maduro, bendato e ammanettato, sono state pubblicate da Donald Trump.

Il caso del Venezuela è un segnale che alcuni osservatori non hanno faticato a definire «devastante» per la solidità del diritto internazionale e come precedente per nuove aggressioni territoriali. Se il sovvertimento di uno Stato sovrano è giustificabile al fine di garantire la sicurezza nazionale di un altro Paese, allora i prossimi mesi si potrebbero preannunciare turbolenti. Israele potrebbe usarlo come motivazione per un attacco preventivo contro l'Iran, ancora più radicale rispetto al blitz Usa sul programma atomico di Teheran dello scorso anno. La Russia ne uscirebbe rafforzata nella sua retorica, che già conosciamo bene da prima dell'invasione dell'Ucraina nel 2022, e getterebbe una luce sinistra sul futuro delle Repubbliche baltiche e della Finlandia. Gli stessi Stati Uniti potrebbero continuare nel piano di rafforzamento della propria area d'influenza (l'intero continente americano), mettendo nel mirino Cuba – la minaccia al governo dell'Avana da parte del segretario di Stato Marco Rubio è stata esplicita – e la Groenlandia.

C'è poi la Cina: Pechino si trova a misurare il suo peso diplomatico e a tentare di difendere la 'partnership cooperativa per tutte le stagioni' firmata nel 2023 con Caracas, a circa 50 anni di rapporti diplomatici, dopo l'affermazione del presidente americano Donald Trump secondo cui gli Usa puntano a supervisionare in via temporanea il governo del Venezuela. Il Dragone ha rappresentato per il Venezuela un'ancora di salvezza economica da quando gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno intensificato le sanzioni nel 2017, acquistando beni per un valore di circa 1,6 miliardi di dollari nel 2024, secondo i dati annuali più recenti disponibili: quasi la metà degli acquisti cinesi riguarda il petrolio, secondo i dati doganali.

Più vicino a Pechino, geograficamente parlando, c'è Taiwan. L'indipendenza dell'isola è da tempo percepita come fonte di insicurezza per il governo cinese. Il precedente venezuelano potrebbe pesare sul futuro di Taipei.

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