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Quel dolore che proviamo quando il mondo che conosciamo si sgretola attorno a noi

Ha un nome scientifico, si chiama “solastagia” e colpisce non solo chi abita a contatto con la natura, ma anche nelle città.
Quel dolore che proviamo quando il mondo che conosciamo si sgretola attorno a noi
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Quel dolore che proviamo quando il mondo che conosciamo si sgretola attorno a noi
Ha un nome scientifico, si chiama “solastagia” e colpisce non solo chi abita a contatto con la natura, ma anche nelle città.

Si può provare molto dolore nel veder cambiare ciò che si è amato. Può accadere per le persone, quando magari invecchiano, oppure per i luoghi a noi familiari.

Si può provare nostalgia per la neve che cadeva a dicembre, e che imbiancava i prati davanti casa, o per i paesaggi verdeggianti che eravamo abituati a guardare dalla finestra, mentre ora tutto appare diverso, più arso e secco.

E che dire dei negozi di quartiere ormai tutti chiusi? La realtà, per come l'abbiamo conosciuta, è destinata a cambiare, vuoi per motivi naturali o legati alle attività umane, come la deforestazione di intere aree verdi del pianeta, e ciò provoca un sentimento molto particolare, un misto di nostalgia e dolore, denominato solastalgia.

Se il mondo che conosciamo ci svanisce davanti
Con tale termine si intende «il dolore o la sofferenza che deriva dalla perdita di conforto e dalla sensazione di isolamento causati dallo stato attuale della propria patria»: questa è la definizione che ne diede il filosofo naturale australiano Glenn Albrecht che nel 2005 coniò la parola solastalgia, quale risultato dell'unione di 'solacium', parola latina che significa conforto o sollievo, e 'algia', un suffisso di origine greca che significa dolore o sofferenza.

A differenza della nostalgia, infatti, la solastalgia si prova nonostante non si sia costretti ad abbandonare il proprio ambiente familiare, ma si concretizza in quella che, per Albrecht, può essere riassunta come «la nostalgia di casa che si prova quando si è ancora in casa».

Come riportato dal Tages-Anzeiger, nel suo articolo del 2005 'Solastalgia: a new concept in human health and identity', il docente raccontò di come, mentre insegnava all'Università di Newcastle, in Australia, avesse avuto modo di notare quanto soffrissero, per il peggioramento del proprio ambiente naturale, le persone che abitavano nell'Hunter Valley, una regione a nord di Sidney nel quale si estraeva il carbone con grave danno per la natura circostante.

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A soffrire non è chi se n'è andato, ma chi è restato
Quanto provato dagli abitanti della zona aveva molto a che fare con la nostalgia, ossia il dolore provato dalle persone che lasciano la propria casa per vivere lontano da essa, e con il concetto di 'stabilità psichica', elaborato nel 1946 dalla pensatrice australiana Elyne Mitchell per descrivere «la separazione dell'uomo dal suo ambiente naturale». Ciò che però caratterizzava quanto osservato da Albrecht era il fatto che tale disagio emotivo venisse provato da persone che abitavano ancora nei luoghi a loro familiari ma che li vedessero mutare davanti ai loro occhi, per cause naturali o legate all'attività umana.

La solastalgia, secondo Albrecht, non riguarda però solo coloro che abitano in zone rurali, e quindi a più stretto contatto con la natura, ma anche gli abitanti della città: se infatti i primi soffrono nel vedere l'ambiente naturale distrutto dagli effetti del cambiamento climatico, i secondi soffrono nel vedere cambiare i propri quartieri, caratterizzati da un progressivo spopolamento e dall'invasione di attività commerciali e turistiche spersonalizzanti.

In un'epoca come la nostra caratterizzata da un inarrestabile cambiamento climatico, la solastalgia si presenta come la manifestazione di uno stress ambientale legato ai fenomeni ambientali estremi, come le alluvioni o gli incendi ad esso legati, ma anche all'eccessiva urbanizzazione ed alla gentrificazione dei centri urbani.

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Quando a crollare è la natura
Il degrado ambientale e la conseguente perdita della biodiversità amplifica questo disagio emotivo al quale sono particolarmente esposti, a livello globale, i popoli indigeni che tradizionalmente hanno sviluppato un legame molto forte con l'ambiente naturale nel quale sono radicati i loro usi e costumi, così come coloro che dipendono fortemente da esso, come gli agricoltori e i pescatori.

Come raccontato a Abc News da Gregory Andrews, un attivista facente parte del popolo indigeno australiano D'harawal, e commissario per le specie minacciate, «il dolore ecologico ci colpisce molto duramente. Il nostro rapporto con il Paese è davvero come una famiglia, quindi quando lo vediamo cambiare a causa del cambiamento climatico o del degrado dell'habitat, fa davvero male».

Secondo i dati emersi da studi condotti in Australia sulle comunità maggiormente colpite dal devastante fenomeno degli incendi, vi è stato in esse un incremento dei problemi di salute mentale legati a forme d'ansia e di depressione, e lo stesso dicasi delle comunità costiere minacciate dal costante aumento del livello del mare.

Imago/SNA

Il dolore nascosto degli inuit
Alcuni anni fa, il quotidiano britannico The Guardian raccontò la solastalgia che attanagliava molti appartenenti al popolo degli inuit. Neil Kigutaq, uno di essi, racconto che «con un accesso limitato alla terra e all'acqua, le persone con un forte legame con la nostra cultura subiscono gli effetti della depressione stagionale». Per Ashlee Cunsulo, decana degli studi artici e subartici presso il Labrador Campus alla Memorial University, «non è necessario andarsene per piangere la perdita della propria casa: a volte l'ambiente cambia così rapidamente intorno a noi che quel lutto esiste già».

A prescindere dal disagio emotivo che si prova davanti agli effetti dell'attuale crisi climatica, inondazioni, scioglimento dei ghiacci, incendi tanto per citarne alcuni, bisogna soffermarsi a pensare che questi accadimenti hanno degli effetti pratici su tutte le comunità che basano la propria economia, e di conseguenza la propria sussistenza, sull'ambiente naturale che le circonda. La perdita di tale habitat, inoltre, non crea solo una maggiore instabilità economica, se non vere e proprie emergenze come le carestie, ma priva le persone dei propri riferimenti culturali e del senso di appartenenza ad un determinato luogo che è stato, per secoli, il proprio elemento fondante.

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Un'epidemia di “eco-ansia”
La crisi ambientale in corso, con il suo carico di devastazione e la percezione del suo inarrestabile peggioramento, crea nelle persone la sensazione di una impotenza difficilmente accettabile che va ad amplificare il dolore provato per questa situazione. La solastalgia, quindi, non si configura come uno stato d'animo dovuto alla mera constatazione del peggioramento dell'ambiente in cui si vive, ma dalla quasi certezza che non ci sia modo di arrestare tale processo.

Si parla in questo caso di 'impotenza appresa', che si concretizza nella sensazione di non avere alcun controllo sugli eventi avversi che tanto condizionano il nostro pianeta aumentando, il senso di rassegnazione e lo stato di depressione delle persone.

Tale senso di perdita e malessere si colloca nell'ambito delle cosiddette eco-emozioni, ossia quegli stati d'animo legati al cambiamento climatico in corso che possono sfociare nell'eco-ansia, definita come «la paura cronica e persistente legata al futuro del pianeta e all'impatto del cambiamento climatico». Si stima che il 67% dei giovani nel mondo soffrano di eco-ansia e la percentuale sale al 72% per coloro che vivono in aree urbane contro il 58% dei giovani che vivono in zone rurali.

La cosa non sorprende se si considera che, secondo l'Unicef, quasi il 90% del carico globale delle malattie associate ai cambiamenti climatici ricade sui bambini di età inferiore ai cinque anni. Circa un miliardo di bambini e adolescenti vivono attualmente in contesti resi fragili dalla minaccia del cambiamento climatico e 466 milioni di minorenni vivono in aree interessate da ondate di calore estremo, il doppio rispetto a quanto accadeva sessant'anni fa.

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La parola alla scienza
Il legame esistente tra la salute mentale delle persone e la crisi climatica in corso è comprovata da numerosi studi scientifici condotti sull'argomento e, come riferito l'Huffington Post, una nuova revisione scientifica condotta sugli studi fatti sul tema negli ultimi vent'anni e pubblicata sulla rivista Bmj Mentale Helth, ha evidenziato «il collegamento esistente tra solastalgia e condizioni come la depressione, l'ansia, il disturbo da stress post-traumatico e la somatizzazione di questi stati di disagio psicologico», in particolar modo nei contesti in cui il degrado ambientale sia «persistente, sistemico e percepito come causato dall'uomo».

L'Intergovernmental Panel on Climate Change, Ipcc, un organismo delle Nazioni Unite preposto alla valutazione della scienza relativa ai cambiamenti climatici, ha definito il “climate change” come una delle maggiori sfide per la salute umana riconoscendo «l'interdipendenza del clima, dell'ecosistema e dalla biodiversità e delle società umane».

Nel 2014, inoltre, l'Ipcc ha inoltre riconosciuto la solastalgia come una implicazione della salute mentale legata proprio al cambiamento climatico in corso.

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