«Preferisco il presente a qualsiasi altra epoca»

Peter Frankopan invita a relativizzare le paure contemporanee e, nel contesto dei cambiamenti mondiali, mette in luce il dramma europeo
ZURIGO - «Preferisco il presente a qualsiasi altra epoca». A parlare è lo storico di Oxford Peter Frankopan, noto per i suoi studi sulle vie di comunicazione globali, che in un'intervista alla NZZ am Sonntag offre una lettura sorprendentemente positiva del mondo attuale, pur riservando una critica feroce all'irrilevanza strategica dell'Europa.
«Le persone possono trovare spaventoso il mondo che vediamo», afferma Frankopan, «ma vogliamo davvero affermare che il 2026 sia peggiore dell'apice della Seconda Guerra Mondiale? O del tempo della peste, che spazzò via il 40% della popolazione?». La sua prospettiva di studioso lo porta a relativizzare le paure contemporanee, sottolineando come i bambini nati oggi abbiano «la più alta aspettativa di vita di sempre».
Il 54enne ammette peraltro che il mondo sta mutando in modo fondamentale. «L'ordine delle cose cambia costantemente. La trasformazione più radicale fu la traversata atlantica di Colombo negli anni 1490. Allo stesso modo, Donald Trump risponde a un mutamento dell'ordine internazionale che ritiene danneggi gli Stati Uniti».
È proprio nella reazione a questo cambiamento che Frankopan individua il dramma europeo. «Gli americani parlano con crescente disprezzo dell'Europa», rivela, citando discussioni durante cene a Washington e New York. «Persone intelligenti, uomini d'affari, parlano dell'Europa in un modo che faccio fatica a riconoscere: che siamo geriatrici, non liberi, che non possiamo pagare i nostri conti. Che predichiamo sul nostro modello democratico senza fare effettivamente il duro lavoro».
La diagnosi è spietata: «Non abbiamo risorse importanti, né equipaggiamento militare, né aziende tecnologiche di cui gli Usa abbiano bisogno. Che cosa abbiamo mai da offrire, a parte un buon sistema legale e bei luoghi di vacanza?». Per il mondo, sostiene l'accademico, «siamo brave persone, con posti interessanti del passato. Ma tra metà luglio e agosto nessuno che lavori in ufficio risponde al telefono. E quando i droni sorvolano i nostri aeroporti e i nostri magazzini vengono attaccati, nella migliore delle ipotesi inviamo delle lettere dicendo: 'Per favore, smettetela. È una violazione del diritto internazionale'».
Questo declino di influenza si traduce in incoerenza strategica. «Non agiamo per paura di decisioni difficili. Sappiamo cosa dovremmo fare per affrontare il fatto che spendiamo più di quanto possiamo permetterci... Sappiamo che dovremmo riformare lo stato sociale e alzare l'età pensionabile. Eppure non facciamo nulla, perché sarebbe doloroso».
Il confronto con le potenze emergenti è impietoso. «Le autocrazie negli ultimi vent'anni hanno fatto un lavoro piuttosto buono nel migliorare il loro mondo», osserva, citando gli Emirati Arabi Uniti, che oggi «hanno un'industria turistica più grande della Svizzera e certamente della Germania».
Il cuore della nuova competizione globale, per lo storico, non è più nell'Atlantico. «La vera potenza è in Oriente», afferma, analizzando la rivalità sino-americana. «La Cina passa molto meno tempo a pensare al resto del mondo, di quanto il resto del mondo passi a pensare alla Cina». Il suo obiettivo primario, secondo lo storico, non è l'espansione militare globale, ma la sicurezza: «Mantenere la macchina in funzione», garantendo risorse e mercati.
In questo grande gioco, l'Europa rischia di diventare un mero spettatore. La speranza, conclude Frankopan, è che gli europei comprendano finalmente la posta in gioco e ritrovino una voce unitaria e determinata, prima che il mondo decida definitivamente di guardare altrove.



