Alice Redaelli
Francesca Vecchioni alla cerimonia di consegna dei Diversity Media Awards con il padre Roberto.
LUGANO
30.05.2018 - 06:010
Aggiornamento : 11:11

Vecchioni, le “parole fuori verso” che parlano al cuore

La presidente di Diversity sarà l’ospite speciale della seconda serata di Poestate, organizzata in stretta collaborazione con Pride 2018 - Lugano

LUGANO - Nei giorni scorsi ha avuto luogo la cerimonia di consegna dei Diversity Media Awards, i premi assegnati da Diversity, associazione che dal 2013 è «impegnata a sradicare dalla società italiana i pregiudizi e le discriminazioni». La guida la fondatrice, Francesca Vecchioni, che sarà l’ospite speciale della seconda serata - quella di giovedì 30 maggio, organizzata in stretta collaborazione con gli organizzatori di Pride 2018 Lugano - del Festival Poestate.

Quali sono le “parole fuori verso” al centro del suo intervento a Lugano?

«Ce ne sono tante, ma quelle che vorrei sentire sono tutte quelle che hanno a che fare con il coraggio, con il modo di migliorare questo mondo. In realtà si sentono tante parole d’odio, di rabbia e incomprensione. Sono le parole d’amore, che descrivono un sentimento che serve a migliorare la nostra società. La bellezza delle “parole fuori verso” non è di essere fuori dal coro o dai binari: è il loro parlare al cuore, l’arrivare nel profondo e non crearci paura».

Nel suo libro “T’innamorerai senza pensare” ha raccontato la scelta di vivere cio che si è: per molti, però, è ancora difficile...

«Non è solo un tema che ha a che fare con l’orientamento sessuale: la grande sfida di ognuno di noi è riuscire rappresentarsi e mostrarsi nella maniera più simile a quello che si è. È molto complesso farlo coincidere con quello che vedono gli altri. Io credo che questo sia il vero senso del coming out: è una delle prerogative principali della propria serenità, per il raggiungimento della felicità - che non è mai una costante ma l’apice di alcuni momenti. È qualcosa che si ottiene davvero quando si è allineati a se stessi. Visto che noi siamo animali sociali, non potremmo mai prescindere dal fatto che sia la nostra immagine verso gli altri che sia allineata a noi stessi. Non si può che comprendere la grande importanza, per esempio, per le persone transessuali di poter essere se stesse: attraverso la storia di un ragazzo o di una ragazza che è nato in un corpo che non sente proprio e che ha fatto tutto un percorso, stai mostrando qualcosa di molto ben visibile che chiunque di noi può riconoscere come un gran valore».

Qual è il segreto della ricchezza nella diversità?

«È il segreto di guardare negli altri e trovare sempre un insegnamento nel fatto di essere differenti e quindi, in fondo, un po’ tutti uguali».

Qualche giorno fa Vladimir Luxuria sottolineava l’importanza cruciale della scuola. Anche per lei il luogo fondamentale dove si misura il rispetto e l’accettazione del diverso?

«Certamente. La questione è allo stesso tempo semplice e complessa: viviamo in una società in cui abbiamo ridotto di molto, di troppo forse, la fiducia verso la professione dell’insegnante e non ci rendiamo conto che bisogna delegare l’insegnamento a chi ne è capace. Poi la scuola deve dare i giusti strumenti prima di tutto agli insegnanti e poi a ragazzi e ragazze, per poter gestire situazioni che sono molto più complicate oggi di una volta».

Colpa specialmente dei social?

«È logico che se si parla di bullismo oggi si parla di un fenomeno all’ennesima potenza, per i mezzi di comunicazione social che abbiamo. Un episodio di bullismo 30 anni fa era limitato alla tua classe, forse massimo alla tua scuola. Oggi ha un impatto su migliaia di persone, diventa uno stigma sociale allargato. Quindi i ragazzi devono avere gli strumenti per riuscire a gestire una situazione del genere: serve l’educazione all’uso critico dei social e dei media attraverso una corretta analisi e gestione di questi strumenti. L’altra cosa è formarli dal punto di vista interiore: non è possibile che si sappia al dettaglio come avviene la fotosintesi e si debba invece vergognarsi di capire come funziona la sessualità. È ridicolo avere dei problemi a parlarne a scuola. Abbinata all’educazione sessuale, poi, ci vuole quella affettiva, che aiuterebbe tutti i ragazzi e le ragazze a capire quando provano un’emozione e a che cosa è legata…

Il bullo, quindi, dovrebbe mettersi nei panni della sua vittima...

«Se tu sai capire profondamente che sentimenti provi, capisci quello che sente l’altro e capisci che effetti ha un certo tipo di comportamento. Sono cose che andrebbero assolutamente messe nei programmi scolastici. Con i bambini piccoli si fanno spesso questi lavori sulle emozioni e sarebbe fondamentale non dare per scontato che questo lavoro vada fatto anche sugli adolescenti».

Cosa l’ha spinta a fondare Diversity nel 2013?

«Mi sono resa conto che l’impatto dei media è fondamentale sui giovani, ma anche sui genitori, sui nonni. Sono partita sui temi Lgbt ma poi l’ho allargato al resto. Come vediamo rappresentata la società è ciò che noi crediamo sia, la società. Fondamentalmente ciò che appare, è. A volte l’apparenza è sostanza e quell’apparenza ha bisogno di essere “sensibilizzata”: è importante che chi opera nei media sia reso realmente consapevole della forza che questi contenuti hanno sulle persone».

Le cose sono cambiate negli ultimi 5 anni?

«Sono migliorate, sì, ma c’è ancora tanta strada da fare. Se noi pensiamo quanto basti una frase, un atteggiamento, anche solo un tweet a volte per attaccare qualcuno… Le parole d’odio sono molto contagiose. La comunicazione è un grande sistema: se tu continui a instillare negatività questi messaggi continueranno a uscire e a riverberarsi. Il coraggio di mettere in questo sistema qualcosa di positivo, invece… dobbiamo tenerci care le persone che riescono a farlo, sono quelle che rimettono tutto in sesto. Ma è difficilissimo: quando poi trovi qualcuno che lo fa allora trovi il coraggio di fare lo stesso».

Che ruolo giocano i Diversity Media Awards?

«Il nostro lavoro serve a questo: a valorizzare chi riesce a dare forza e far sentire importanti le persone che nel mondo della comunicazione e dell’informazione hanno saputo dire qualcosa in maniera consapevole, bella e positiva. Io credo molto nell’importanza dell’esempio: conta tanto ed è su quello che dobbiamo lavorare».

Che ruolo ha invece la poesia?

«La poesia dovrebbe essere uno strumento meraviglioso: serve a scandagliare nel profondo. Tutto ciò che arriva a toccarti il cuore, o anche la pancia, ha a che fare con una ricerca della profondità nel proprio io, ma anche di quello degli altri dato che siamo tutti collegati. La grande letteratura ha un altro pregio, meraviglioso, che per fortuna esiste ancora: la possibilità di fermare il tempo. I ragazzi oggi fanno fatica a concentrarsi su qualcosa, ma è impossibile non concentrarsi su un libro».


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