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FESTIVAL DIRITTI UMANI«Siamo soli nella sofferenza»

27.10.23 - 06:30
Paure, delusioni e rimorsi: il cinema impegnato socialmente della regista iraniana Manijeh Hekmat ospite al Film Festival Diritti Umani.
Notizie Laboratorio delle Parole
«Siamo soli nella sofferenza»
Paure, delusioni e rimorsi: il cinema impegnato socialmente della regista iraniana Manijeh Hekmat ospite al Film Festival Diritti Umani.

LUGANO - Il desiderio mai realizzato di una famiglia, il dolore dopo la scomparsa prematura di un'amica, il rimorso per aver "esitato" quando invece bisognava agire. "19", sesto film della regista iraniana Manijeh Hekmat, propone attraverso il punto di vista di Mitra, una pittrice di 57 anni entrata in coma dopo aver contratto il Covid-19, una radiografia della società di Teheran esponendo con sensibilità la forza e il coraggio di chi non si è arreso. Dal letto dell'ospedale lo spirito della donna ripercorre la sua vita mettendo in prospettiva i momenti più intimi, le paure, le delusioni e i rimorsi. 

Nell'arco della sua carriera, Hekmat ha sempre interpretato il cinema come un impegno, oltre che artistico, soprattutto sociale e politico. I suoi film stimolano la riflessione e il confronto. Mostrano le discriminazioni e spingono a contestare le ingiustizie. Una carriera omaggiata dal Film Festival Diritti Umani Lugano, venerdì 27 ottobre prima della proiezione del film "19" al Cinema Corso con il Premio Diritti Umani per l'Autore 2023

«Sono molto felice di essere qui a Lugano. Provengo dal Medio Oriente e nello specifico, in Iran. Sono 42 anni che lavoro nel mondo del cinema come regista e produttrice. Posso dire che poche persone nel mondo hanno vissuto quello che abbiamo vissuto noi», ci ha spiegato Hekmat in un incontro a margine della rassegna luganese. «La rivoluzione, la guerra e ora questo muro di cemento. Ogni giorno sbattiamo la testa insanguinata contro questo muro, ma il giorno dopo riproviamo. Io vengo da un cinema indipendente, una scelta che complica molto il mio lavoro. Ma la difficoltà maggiore è rimanere indipendente. È una lotta che ti distrugge pian piano». Hekmat ha rifiutato le sovvenzioni elargite ai film che si allineano alle disposizioni propagandistiche del regime di Teheran. «La scelta, in qualità di regista è chiara: accettare i soldi oppure trovare altri strumenti per sopravvivere. Ho registrato sei film con un budget ridotto e le spese minime. E continuerò ancora. Per esempio ho registrato il film "19" con il mio smartphone».

"19" rappresenti la società iraniana mettendo in prospettiva le paura e le speranze di Mitra, la protagonista. Quale messaggio volevi trasmettere?

«È un momento molto brutto per il mio popolo. Le donne iraniane subiscono punizioni terribili. Il governo sta cercando di fermare le proteste con tutti i suoi strumenti e con tutte le sue forze. Siamo soli. Molti paesi europei si comportano male umiliando la gente intellettuale iraniana che cerca un visto per uscire dal paese. I figli delle autorità invece vengono accolti con il tappeto rosso. Sono una regista sociale, non posso lasciar correre queste ingiustizie».

È difficile produrre film indipendenti in Iran?

«Il cinema indipendente iraniano sta trovando la sua strada. Ci sono tante restrizioni e vincoli da parte delle autorità. Lo stivale del regime preme sul collo di chi cerca di opporsi. Ma supereremo anche questa difficoltà: essere umano è molto difficile, una sofferenza che non colpisce solo il mio popolo. Bisogna far passare il messaggio che il dolore della popolazione iraniana è un dolore universale, che coinvolge tutti. Mi fa male il cuore vedere le nostre ragazze venire picchiate a morte a causa dell'hijab. Le prigioni sono piene e quando ci rivolgiamo al mondo esterno ci accorgiamo che siamo soli. Anche la Palestina è sola, i bambini che muoiono a Gaza sono soli. È molto doloroso». 

Durante il film emerge spesso la parola "esitazione". Mitra ripete con insistenza "ho perso l'attimo giusto. Ormai è troppo tardi". Eppure la società iraniana ha mostrato, malgrado le paure e la fragilità, molta ostinazione nella lotta. Come mai questo contrasto?

«Viviamo in un paese pieno di contraddizioni e incomprensioni. È qualcosa che abbiamo assorbito dentro di noi nei comportamenti sociali. Viviamo sempre nell'esitazione. Dobbiamo sempre pensare a cosa fare oppure a cosa non fare. La nostra mente è complessa, perché viviamo in modo complicato e ambiguo».

Il rimorso di non aver potuto costruire una famiglia e aver avuto un figlio. Mitra quando racconta che ha perso l'attimo giusto e che "ormai è troppo tardi" perde improvvisamente il rossetto che colorava le labbra e si spegne. Un'immagine che rappresentava la perdita del sogno iraniano?

«È la storia dell'anima della mia generazione. Non abbiamo vissuto. Quando ripercorro la mia vita, mi fermo sempre ai 18 anni. Poi il tempo si è congelato, non abbiamo ricordi belli di cosa è successo dopo. Abbiamo perso tutto. Eravamo solo vivi, ma controllavano solo una piccolissima parte delle nostre vite. Il resto si svolgeva fuori dal nostro controllo».

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