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CALCIO

«Non è grazie a me se c'è l'AIL Arena...»

Livio Bordoli, l'uomo che ha riportato il Lugano in Super League, ricorda gli anni da allenatore. E parla anche del suo presente: «Ogni tanto parto da solo per godermi la vita»
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«Non è grazie a me se c'è l'AIL Arena...»
Livio Bordoli, l'uomo che ha riportato il Lugano in Super League, ricorda gli anni da allenatore. E parla anche del suo presente: «Ogni tanto parto da solo per godermi la vita»

LUGANO - È anche e soprattutto grazie a lui se a Lugano, e in Ticino, si è tornati a parlare di Super League. Undici anni dopo quella notte entrata nella storia del calcio cantonale, il ricordo della promozione è ancora vivo. Livio Bordoli, l'ultimo allenatore ad aver riportato i bianconeri nella massima serie, ripercorre il 25 maggio 2015 e gli anni trascorsi sulla panchina del Lugano. Dall'emozione provata entrando all'AIL Arena alla scelta di lasciare il calcio per privilegiare la famiglia, Bordoli racconta anche il rapporto con Angelo Renzetti, le pressioni vissute da allenatore e il suo sguardo sul FCL di oggi.

«Sono andato all'inaugurazione dell'AIL Arena in occasione di Svizzera-Malta e qualcosa mi è venuto - ci ha raccontato il 63enne verzaschese -. Non è grazie a me se oggi c'è l'AIL Arena, ma grazie a tante altre persone. Mi fa piacere che il Lugano sia a questo livello: così, per tanti anni, si potrà dire che l'ultimo allenatore ad aver portato i bianconeri in Super League è Livio Bordoli. Questo fa piacere... La data del 25 maggio 2015 rimarrà sempre nel mio cuore. Ci sono tifosi che ancora oggi mi ringraziano per la promozione: sono ricordi bellissimi che non si dimenticheranno mai».

Non hai il rimpianto di non aver mai allenato in Super League?
«Sì e no... Col senno di poi, un po' sì. Sapevo però che Renzetti era un fan sfegatato di Zeman. Sarei rimasto, avevo un contratto in essere, ma ero consapevole che dopo due o tre sconfitte avrei rischiato grosso. Per questo sono andato sul sicuro, accettando la corte dell'Aarau, che mi cercava da due anni».

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La panchina oggi non ti manca?
«Ho chiuso la mia carriera nel 2018 con il Winterthur, club con il quale stavo per firmare un ulteriore biennale, quando uscì il concorso con la Federazione ticinese di calcio. Dovevo scegliere fra una vita più tranquilla e il calcio: i miei figli avevano 5 e 3 anni e dovevo prendere una decisione. La mia scelta è stata più orientata verso la famiglia. Non è stato facile: se non avessi avuto la famiglia, probabilmente avrei scelto di continuare ad allenare. In federazione svolgo uno dei lavori più belli che abbia mai avuto e la qualità della vita è migliorata in maniera sensibile».

Da che punto di vista fare l'allenatore è stressante?
«Anche in federazione ci sono giornate stressanti, ma una volta sera non ti porti il lavoro a casa. L'allenatore è sotto pressione dal primo gennaio al 31 dicembre: la sera non stacchi, in vacanza non stacchi. Se vinci, è una bella settimana; se perdi, rischi anche di rovinare l'ambiente in famiglia. Non c'è un allenatore che, dopo una sconfitta, arrivi a casa la sera tranquillo. Più aumenta il livello, più l'impatto di tutto questo diventa importante. Non invidio gli allenatori di un certo livello, eccetto lo stipendio, ma non si vive solo di soldi».

Dunque, non invidi il Crus?
«No, assolutamente no... Gli faccio spesso i complimenti, ma vedo che viene ancora criticato per qualche sconfitta, nonostante i risultati ottenuti. Al Crus bisogna solo fare i complimenti, perché ha portato la Coppa Svizzera, ha condotto stabilmente il Lugano in Europa, gli ha dato un'identità ed è un ticinese... Le critiche nei suoi confronti non le capisco. Lui e Lustrinelli sono attualmente gli allenatori più bravi in Svizzera? Lustrinelli è una sorpresa, è un gran motivatore e in tre anni ha fatto qualcosa di incredibile. Secondo me, però, il Crus ha qualcosa in più: è stato costante».

C'è tanta ipocrisia nel calcio?
«C'è sempre stata. I giocatori pensano solo a sé stessi. Non esiste che qualcuno speri che il proprio concorrente di ruolo faccia due gol o giochi delle buone partite. A livelli più alti viene prima il singolo e poi il resto della squadra. È così dappertutto».

Quando Livio Bordoli non pensa al calcio, cosa fa?
«Ogni tanto litigo con la mia compagna perché mi sono detto che, a 60 anni, mi piacerebbe godermi ancora un po' la vita anche da solo. Ogni tanto parto da solo o con un amico e vado a visitare qualche Paese. Voglio scoprire ancora qualcosa, conoscere altre mentalità: sono stato in Brasile e in Africa. Sono curioso e ho ancora l'energia per farlo. I figli mi tengono vivo».

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